Just double-click IPython Notebooks in Ubuntu

I have been introduced recently to the pleasures of IPython Notebooks. The main reason I enjoy coding on them is how easy and immediate is going from the code to the results. However, I found having to launch a terminal, cd to the directory I need, and type ‘ipython notebook’ every time quite annoying. After a bit of research, I came up with a way to directly double-click on a notebook to launch it in your default browser. This works in Ubuntu (14.04; I’m not sure about other Linux distributions).

Please make sure you understand what you’re doing. I will take no responsibility for what happens when sudoing on your machine.

Create a new MIME type.

Type the following in an empty text document:

<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<mime-info xmlns='http://www.freedesktop.org/standards/shared-mime-info'>
	<mime-type type="application/x-ipynb+json">
		<comment>IPython Notebook</comment>
		<glob pattern="*.ipynb"/>
	</mime-type>
</mime-info>

Now save this in a file with the “.xml” extension, for example “ipynb.xml”. Then, in a terminal, cd to the directory where the file is and type:

sudo cp ipynb.xml /usr/share/mime/packages
sudo update-mime-database /usr/share/mime

You can also set an icon for this MIME type, so that all of your .ipynb files will have a nice aspect that identifies them. Here are the instructions, and the .svg icon for notebooks can be found in the official IPython distribution.

Write a script to launch notebooks

Now you need an application that takes care of opening the notebook files. What I did is the following:

#!/bin/bash
netstat -tln |grep "8902"
# if not found - equals to 1, start it
if [ $? -eq 1 ]
then
ipython notebook / --no-browser --port=8902 &
sleep .5
fi
xdg-open http://localhost:8902/notebooks$1

When this script is called, it checks whether anything is running on port 8902 (one of the ones ipython normally uses, but not among the first, so that it won’t conflict with other running notebook servers). If there is something, it just opens the URL of the notebook we are trying to launch on the notebook server. If there is no server on port 8902, it starts it.

A known problem is that this won’t work if there are spaces (and maybe other special characters) in the path of the file. Also, the server is never shut down, but I don’t think this is a problem (it doesn’t open more than one at a time anyway).

Before using this, saved in the file “ipynb” (no extensions!), we need to make it accessible by allowing everybody to run it, and placing it in /usr/local/bin:

chmod +x ipynb
sudo cp ipynb /usr/local/bin/

Setting the default application

We want our “ipynb” to open all files ending by “.ipynb” by default. This is best done using ubuntu-tweak. In the admin panel, select “File types management” (or something like that). Untick “show only types with associated apps” and look for “IPython Notebook”. This is the MIME type we created. When adding a default application, open “personalized command” and type in “/usr/local/bin/ipynb”.

Done. Hope this is useful. Let me know if it works.

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Carnevale della matematica #73

Il concetto di bellezza matematica è molto apprezzato nelle famose torri d’avorio in cui risiederebbero gli adepti della disciplina. C’è chi potrebbe dire perfino che le torri sono in sé fondate sul concetto di bellezza matematica assai più che sull’avorio (che, vista l’abbondanza di fondi destinati al restauro dei dipartimenti, risulterebbe dispendioso). È un modo per distinguersi dai non addetti ai lavori, per testare lo spiritus mathematicarum

carnevale

Ahimé, mi sono reso conto recentemente che, per quanto meravigliose costruzioni matematiche abbiano condotto ad altrettante meravigliose applicazioni (e lo so bene, ché sono un fisico), a volte bisogna rassegnarsi ai celebri contacci. Ho la sensazione, però, che, mentre si può valutare con una certa obiettività cosa sia bello, cosa definire matematicamente brutto sia, forse per ragioni di political correctness, più soggettivo. Per questo il Carnevale della Matematica Settantatré ha per tema bruttezza matematica. Nei rapporti umani sarebbe ben poco corretto discriminare una persona in base al suo aspetto fisico: diamo un po’ di spazio anche alla matematica brutta… Abbiamo la possibilità di vedere che cosa riceve la poco lusinghiera valutazione di “brutto” da parte di ognuno dei nostri esimi partecipanti al carnevale. Per quanto mi riguarda, non mi piacciono affatto certi giochini con i numeri, quelli di aritmetica,  soprattutto se hanno a che fare con le cifre (le cifre non fanno il numero, come l’abito non fa il monaco, tranne eccezioni: dipendono dalla base in cui è scritto). Dato il ruolo di ospite del carnevale, però, oggi non posso esimermi almeno dal consueto elogio delle meravigliose proprietà del numero corrispondente al carnevale.

Il Messaggio di Arecibo

Il Messaggio di Arecibo

Tanto per cominciare, ho il piacere di ospitare un carnevale contrassegnato da un numero primo (il ventunesimo), proprietà che, disgraziatamente per il tema, aggiunge indubbiamente pregio e bellezza all’ordinale in questione. Mi dicono, inoltre, che si tratta di un numero stellato, il che almeno non dipende dalla base, visto che, analogamente ai numeri triangolari, quadrati, esagonali, eccetera, è una caratteristica di come possono essere disposti settantatré oggetti.

La primalità di 73 gli ha permesso di comparire in un esperimento assai particolare: il messaggio inviato dal radiotelescopio di Arecibo nel 1974 fuori dal sistema solare. Per far sì che fosse intuitivo, anche a per una civiltà che non sappia nulla della nostra, che il messaggio andasse disposto in un rettangolo (come un’immagine), era necessario che il numero di bit trasmessi fosse il prodotto di due primi, e che questi fossero grandi a sufficienza da contenere l’intero messaggio. I primi di cui parliamo sono 23 e il nostro 73.

Infine – cito da Wikipedia – Sheldon Cooper in persona si esprime sulla bellezza del 73, ovviamente nel settantatreesimo episodio di Big Bang Theory: «Il numero più completo è il 73. Il 73 è il 21esimo dei numeri primi. Il suo speculare (37) è il 12esimo e il suo speculare, il 21, è il prodotto di 7 per 3.» Un onore soverchiante.

E con questo vi lascio ai contributi dei partecipanti, che, ricordo, sono stati anche inviati su Twitter man mano che arrivavano, da @martopix e con lo hashtag #carnevaledellamatematica. Buona lettura.

 

  • Il celebre Maurizio Codogno invia contributi dal suo blog sul Post, in particolare i problemini per Pasqua (con relative risposte), tratti dal libro Aha! Solutions di Martin Erickson. Poi c’è stato un post storico, Matematica o teologia?, in cui racconta di come la disputa sugli infinitesimi potrebbe avere un sottofondo teologico, con una sfida tra gesuati e gesuiti. Inoltre ci sono tre pillole: Pericolose commistioni, dove racconta che anche negli USA i politici non sono proprio il massimo quando si parla di matematica; un link al Recreational Mathematical Magazine, semestrale online di matematica ricreativa; un buffo esempio di Aritmetica con l’infinito.
  • Sempre il nostro .mau. scrive anche sulle sue Notiziole, dove questo mese appaiono un’illusione ottica con una base matematica, Test: Math Optical Illusion; si lamenta di un cartello appeso al Pronto Soccorso dell’ospedale di Monza con Matematica ospedaliera; parla di un gioco che lui non crede nessuno abbia provato davvero a fare, Venti domande; la recensione di un ebook della collana Altramatematica, Racconti matematici di Spartaco Mencaroni (altro contribuente a questo carnevale); quella di un libro ormai introvabile, Uno studio in grigio di Augusto Gamba; e quella di un libro di un paio d’anni fa, Pinocchio nel paese dei paradossi di Alessio Palmero Aprosio. Infine, un’altra recensione di un librino di Altramatematica: Partition, un’opera teatrale di Ira Hauptman, tradotta da Martha Fabbri, su Hardy, Ramanujan… e Fermat.
  • Tra i primi contributi (scusate l’ordine sparso) arriva quello di Annalisa Santi per il blog Matetango, intitolato semplicemente, con un omaggio al film di cui si è molto parlato, Matematica, la grande bruttezza, che ripercorre le avventure contenute nel mago dei numeri di Enzensberger.
  • Segue, da Dioniso Dionisi del blog pitagora e dintorni, La matematica è bella o brutta? Ovvero, la scala di tredici semitoni di Bohlen-Pierce. Una sorta di dialogo platonico (ma con Pitagora) a tema musicale.
  • Spartaco Mencaroni mi scrive «Fatto. Brrr che brutto contributo. Eh, ma che volevate? È perfettamente in tema, perbacco!» Non anticipo nulla, ma naturalmente, nonostante la modestia dell’autore, vale una lettura.
  • Roberto Zanasi, sul prooof (non mi ricordo mai con quante “o”), ci invia un’applicazione del teorema egregium di Gauss che è molto utile per… mangiare la pizza con le mani.
  • Leonardo Petrillo, dal blog scienza e musica, ci manda un lungo articolo dedicato all’interessante biografia del grande matematico francese Charles Hermite e ad alcuni dei suoi notevoli contributi alla matematica.
  • Due recensioni dei libri di altramatematica arrivano da Paolo Alessandrini: “Cerco un centro” e “Identità: ascesa e decadenza di un concetto matematico e filosofico“, sul blog Mr. Palomar.
  • Per i beneamati Rudi Matematici, i contributi, raccolti da Alice, arrivano via Piotr, e comprendono: due compleanni (di Weil, che celebra anche l’arte e la filosofia, ma anche lo stupore delle cose fuori dal loro contesto, e di Shannon, che, secondo la Signora non ha avuto molto successo ma a cui è molto affezionata (e io anche, è nato il mio stesso giorno NdR)). Non manca, poi, il problema mensile sui cari vecchi criteri di divisibilità e l’amore del Grande Capo per il criterio di divisibilità per 7. Un Quick&Dirty geometrico, che ha avuto un successone e fatto giocare tutti i lettori e infine il solito post di soluzione, che anche questo mese ha scatenato discussioni (al solito perché, se il problema non è chiaro, le soluzioni possono variare anche di molto…). Il caro Piotr, che ho avuto il piacere di conoscere alla lezione di Douglas Hofstadter al Salone del Libro di Torino (e sostiene che ci abbia presentati Hofstadter in persona), mi chiede inoltre di confessare pubblicamente la sua colpa nella non-uscita del cosiddetto miracolo mensile, cioè RM di maggio. Lo scusiamo, via, c’era il Salone…
  • Popinga, detto anche Marco Fulvio Barozzi, partecipa con Poesia gaussiana (o dell’unicità della fattorizzazione). Si tratta di una composizione sperimentale in cui ogni nuovo verso corrisponde a un numero primo. In teoria è infinita, e consentirebbe di associare dei versi a un qualsiasi numero adeguatamente scomposto in fattori. In realtà, già al verso 29 suscita nello stesso autore il commento “che palle”, ergo, penso – dice lui – sia perfettamente in tema.
  • Per DropSea, Gianluigi Filippelli manda Il giardino degli spettraedri, su una relativamente nuova classe di figure geometriche, gli spettraedri appunto, che in questo post prova a definire e a raccontare, seguito da Assassinio nel labirinto: recensione del romanzo giallo del chimico Alfred Walter Stewart con all’interno la soluzione di Bertrand Russell del labirinto di Hampton Court.
  • Per finire, Jean Morales, di Torino, devoto curatore di un blog di giochi matematici originali, invia all’ultimo un post: quattro risposte per una domanda formano un quesito a scelta multipla con incastonato un paradosso. Nel post suggerisce di modificare i termini della domanda in modo di dotarla di una risposta.

Sembra che siamo giunti alla fine, se non ho dimenticato nessuno perso nel marasma della mia casella email. Mi scuso per essere stato stringato nelle descrizioni (a volte pedissequamente copiaincollate dalle vostre missive). Ho deliberatamente tralasciato tutte le vostre scuse per ritardi e contributi scarsi: come vedete, il Carnevale non è scarno. Grazie a tutti!

Un saluto a tutti coloro che ho incontrato e non incontrato al Salone del Libro. (Mi sono guadagnato l’autografo di Douglas Hofstadter e quello di Piergiorgio Odifreddi…)

Appuntamento tra trentun giorni per il prossimo Carnevale, che sarà ospitato da Mau sulle sue Notiziole con tema (bellissimo, attuale e importantissimo) la matematica che vi piacerebbe vedere insegnata.

Il dottorato prossimo venturo

Per completezza rispetto ai molti che me lo chiedono, sì, alla fine ho accettato il dottorato, anzi, sapevo già che alla fine l’avrei fatto.

Il punto che mi preoccupa di più è il cambiare settore: per chi non lo sapesse, sono sul menù le neuroscienze computazionali. Il passaggio da fisica allo studio delle reti di neuroni è abbastanza comune, soprattutto dalla parte della teoria e della simulazione, e tutti i fisici neuroscienziati che ho conosciuto mi sono sembrati soddisfatti della scelta. Il mio futuro professore ha a sua volta una formazione da fisico. Ho solo un po’ paura che mi mancheranno certi meravigliosi aspetti della fisica, come la sua eleganza profonda e profondamente significativa. Recentemente mi sono accorto che la mia memoria mi tradisce già su molti dettagli della meccanica quantistica che un tempo conoscevo bene.

Bisogna dire che anche alla fine del liceo, anche se non ne potevo più, mi dispiaceva specializzarmi lasciando da parte tanti dei miei interessi, per esempio per la letteratura. Mi ricordo bene che fu la mia prof di greco e latino a dirmi di scegliere senza indugio un curriculum scientifico, per poi eventualmente coltivare l’interesse per le lettere per conto mio. E sono convinto, per inciso, che avesse ragione, e che il contrario non si possa fare (c’è bisogno di qualcuno che ti costringa, a memorizzare certe formulacce). Quando poi mi sono trovato sui banchi di università, la curiosità per tutte quelle materie nuove mi ha catturato immediatamente e ha cancellato le esitazioni. Conto che qualcosa di simile si applichi in questo caso.

Ci sono poi un gran numero di ragioni per scegliere di farlo: la più ovvia sono quattro anni di stipendio sicuro, che non fanno male in questo periodo, in cui sembra che un laureato possa solo disperarsi in un angolo (non mi sembra che sia così vero, dopotutto). Soldi che ti vengono dati perché tu possa studiare cose interessanti, cosa vuoi di più? Posso anche continuare a insegnare, che è una delle mie attività preferite, facendo tutorati. Si viaggia molto, con un fondo appositamente dedicato a visitare altre università, convegni, eccetera.

Il programma dottorale è un Erasmus Mundus finanziato dalla commissione europea e per il quale, fra l’altro c’erano pochi posti per molte domande. La maggior parte dei posti è riservata a studenti extracomunitari (molti brasiliani, indiani, statunitensi, iraniani), quindi c’è un bell’ambiente multiculturale. L’associazione degli studenti erasmus mundus è attiva in tutto il mondo. Il progetto sarà all’Università di Edimburgo ma prevede un minimo di sei mesi e un massimo di metà del periodo di studi da spendere in un’altra università, che sarà probabilmente Friburgo. Ho già visitato il dipartimento di Edimburgo ed è bellissimo:

ba-ed-uni-int-1

Immagine rubata senza pietà da http://www.architecturetoday.co.uk, che aggiunge ” it has something of the early Californian Apple or Google atmosphere […]. The Californian connection is very real too, as a key justification for the building is to attract the finest brains, often from that state, but for half the salary.”

Per gli “scienziati” che vogliono sapere qualcosa di più, al programma partecipa un numero di studenti e professori provenienti da fisica, matematica, informatica, biologia e neuroscienze, che si occupano di molti aspetti disparati, dal livello molecolare a quello della rete neurale, in modo più o meno sperimentale, più o meno astratto. A me è stato proposto, con relativa camionata di articoli da leggere, di lavorare in alternativa sull’omeostasi delle reti (in due parole: per “imparare” è necessario cambiare tutte le varie connessioni tra i neuroni; ma allora, come fa il cervello a mantenere invariate certe altre proprietà?) oppure a una ricerca, che mi sembra molto interessante, basata su dati sperimentali ottenuti, tra l’altro, all’IIT di Genova, relativi alle proprietà della rete neurale della rétina sottoposta a impulsi luminosi di diverso genere, in modo da ricostruire la dinamica elettrica della rete quando, effettivamente, vede.

Insomma, ad agosto si vedrà. Nel frattempo sono a casa a fare poco o nulla, a parte qualche ripetizione. Intanto, sto preparando (con moooolta calma) il paper con i risultati della mia tesi, sulla quale dovrò prima o poi scrivere un post.

Parakuyo

Non scrivo su questo coso dai primi di gennaio, cioè dai primi giorni dopo il mio arrivo a Parakuyo. La scusa principale è che internet era così lento là nel villaggio da costringermi a salti mortali per collegarmi al server di WordPress, che è scritto in un HTML moderno e quindi pesantuccio. Sono riuscito a pubblicare l’articolo sulla gita a Zanzibar solo dopo giorni di tentativi.

Non nego, naturalmente, che la ragione principale era la mia pigrizia, a cui ha considerevolmente contribuito il caldo atroce.

Al mio ritorno, talmente tanta gente, anche persone che non vedevo da anni, mi ha detto che mi aveva letto “fino a un certo punto” (ecco, la ragione è che dopo “un certo punto” non ho scritto niente), che mi è sembrato un peccato, perciò adesso, dopo un mese e mezzo dal mio ritorno, mi sento in dovere di fare un rapido riassunto.

La seconda metà della mia esperienza tanzana si è svolta in un villaggio dell’interno, nella regione di Morogoro. Colpisce immediatamente la differenza dalla città: Dar Es Salaam è una metropoli che non ha un’identità culturale propria, Parakuyo è abitato, al contrario, principalmente da persone di etnia Maasai, con le proprie tradizioni, che si manifestano in una lingua propria, nei riti di iniziazione tuttora in uso (non volete saperli), nel modo di costruire le case, nell’attività (si dedicano quasi esclusivamente alla pastorizia, senza coltivare nulla) e naturalmente nel modo di vestire, che è abbastanza caratteristico da essere a volte noto anche fuori dall’Africa:DSC_1401

I panni sono simili ma in tinta unita viola, blu o marrone per le donne. Gli uomini non escono di casa senza il bastone, oltre che, spesso, una mazza, un coltello e ovviamente il cellulare, che viene inglobato nelle pieghe della veste in un modo che non mi è chiaro.

A Dar Es Salaam, ad eccezione del centro, dove i turisti spesso passano, già era una sorpresa vedere un bianco sul daladala affollato o nell’incasinato mercato di Mbagala (un posto che mi manca molto); in un villaggio Maasai la visione di un bianco è abbastanza straordinaria da meritare che estraggano il telefono e mi scattino impudicamente una foto a bruciapelo. Nella zona centrale, comunque, sanno bene che ci siamo e cosa facciamo (io e i canadesi), ma questo non gli impedisce di fermarci ogni volta che commettiamo l’errore di passargli davanti, per poi sottoporci all'”interrogazione”.

L'”interrogazione” consiste in una sequela di saluti in Swahili (quando ti va bene, se no in Maa), che definisco così perché ognuno di essi ha la sua risposta particolare, e suscita ilarità rispondere “bene” a “ciao” o “ciao” a “come va”. A shikamoo corrisponde marahaba, a mambo si risponde poa, a habari seguito da una cosa qualunque si rassicura l’interlocutore con mzuri (bene) o salama (tranquillo), al più noto internazionalmente, ma meno usato hujambo (plurale hamjambo) l’unica risposta possibile è sijambo (plurale hatujambo, se te li ricordi tutti almeno hai imparato il presente indicativo negativo). Se poi, come facevo io ogni tanto, commetti l’errore di andare in giro con una kofia, dopo averti riso in faccia sceglieranno l’arabo as-salaamu ‘aleikum, cui si risponde wa ‘aleikumu as-salaam.

Per questo dico che ci si sente sempre un po’ sotto esame. Con una signora quarantenne, devo dire mambo o shikamoo? Boh!

Poi ci sono i bambini, che salutano gli adulti della loro tribù in un modo meraviglioso: chinano il capo, e l’adulto appoggia loro una mano sulla testa. Rasata, sia per gli uomini che per le donne, di qualsiasi età.

I bambini, per inciso, sono fantastici. C’è adorazione reciproca tra noi e loro. Scorrazzano liberamente ovunque anche quando a malapena parlano, e a sei anni badano da soli a una mandria di mucche.

Non aggiungo altro per il momento. Pubblico un paio di foto significative: il livello di fango raggiunto all’inizio della stagione delle piogge (andare a scuola, a un quarto d’ora di cammino, era un disastro) e il mercato di Morogoro, la città vicina (30 km per un’ora di bus abbondante). La seconda, secondo me, è una delle migliori foto che abbia mai fatto. I mercati sono dei posti meravigliosi. Varrebbe la pena di viaggiare per il mondo solo per visitare quelli.

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Zanzibar

Questo articolo è stato scritto durante i tre giorni a Zanzibar tra Natale e Capodanno. Mi sono reso conto che non vi ho mandato recentemente aggiornamenti su dove sono e cosa sto facendo. Mi sono spostato nell’interno, in un villaggio Maasai. Lunedì si comincia a lavorare a scuola sul serio. Vi aggiornerò quanto prima.

C’è una differenza fondamentale tra Zanzibar e Dar Es Salaam. Innanzitutto, sbarcando sull’isola (che si chiama Unguja), si nota subito che Zanzibar ha una storia e una cultura proprie, non solo nel senso che in Tanzania sono diverse, ma anche che la Tanzania, senza offesa, ha acquisito passivamente sia una serie di usi e costumi dai colonizzatori sia forse dei modelli culturali proposti più tardi e in altri modi, attraverso i media e il commercio globalizzato. A Dar non si prova la sensazione di rispetto dovuto alla storia di una grande civiltà. A Zanzibar sì, anche se non come, per citare un altro esempio che conosco, in Marocco. Anche se forse è a sua volta una influenza coloniale, che noi però non conosciamo e registriamo come “più pura” perché non viene da noi, ma dagli arabi. In ogni caso, si vede più bellezza, girando per le stradine di Stone Town, mentre Dar, almeno per la parte che conosco io, si dedica interamente ad essere funzionale ed economica.

L’altra differenza fondamentale è che a Zanzibar gli stranieri sono ovunque, e di conseguenza la popolazione locale si è adattata a un modello economico costruito interamente in funzione del turista. Si è continuamente richiamati da una serie di venditori ambulanti, negozianti, tassisti, personaggi vari che, non avendo un lavoro fisso, cercano di portarti in giro, o di suggerirti un albergo in cambio di una mancia tua o dell’albergatore. Con tutto il rispetto per loro, questo a volte sembra impedire un rapporto sincero con gli zanzibarini.

Se a Mbagala i bambini ti chiamano “mzungu” e sono incuriositi dalla presenza di un bianco, intimoriti talvolta, qui, mi dicono, ci sono bambini altrettanto piccoli che parlano qualche parola di italiano. Un sacco di gente sa dire almeno qualche saluto nella nostra lingua.

Gli italiani sono arrivati qui per primi, una ventina di anni fa, con il modello turistico del villaggio vacanze, e le conseguenze sono queste. Benefico per l’economia, per carità, ma l’impressione che mi fa è certamente triste. In questi giorni non ho mai scambiato chiacchiere con nessun europeo, con una sola eccezione: ho sentito una coppia di italiani che discuteva del fatto che sentire gli zanzibarini parlare italiano gli sembrava triste, e io mi sono girato per dir loro solo “condivido pienamente”.

Mi sembra sempre di dovermi scusare, anzi no, sento il bisogno di giustificarmi, di specificare che non sono parte di quelle comitive che per novecento euro la settimana, volo compreso, vengono catapultate qui direttamente dal Varesotto e dalla Brianza da cui non sono mai, almeno culturalmente, uscite. Che non sono in grado di relazionarsi con un paese musulmano, mangiano pastasciutta, non parlano nemmeno l’inglese. Per cui, il sogno della vita del venditore di quel buonissimo tè speziato è imparare l’italiano.

A Paje è pieno di bianchi ancora più che a Stone Town, e ci sono molti grandi alberghi e ristoranti che per il costo della vita locale sono estremamente cari. Tutto questo mi fa ancora incessantemente pensare al concetto di turismo e alle sue conseguenze. Ma soprattutto, mi chiedo quanto sia io in realtà diverso dai turisti dei quali parlavo prima, mi faccio a mia volta degli scrupoli. Non so se sia giusto sentirsi responsabili, e di sicuro una differenza dovrò pur esserci tra chi mangia pastasciutta nei villaggi (e non è un pregiudizio, ho conosciuto, in vacanze passate, gente che lo fa davvero) e il sottoscritto, che mette il cibo al numero uno delle attrazioni di un viaggio, assai sopra al mare, alle spiagge e ai musei. Però non posso fare una netta distinzione né parlare di “loro”, dei “turisti” perché non sarebbe onesto e sarebbe indubbiamente un atteggiamento altezzoso. Non so in realtà cosa ne pensino “loro”, né se davvero esistano dei “loro” nei termini in cui li descrivo io. Oltretutto, quando sono venuto qui la bellezza di quattordici anni fa (esatti esatti) aderivo esattamente a quel modello di vacanza.

Tra parentesi, di sicuro gli zanzibarini preferiscono un bravo italiano medio che compra i souvenir, va nei ristoranti per turisti eccetera: fa bene all’economia e alle loro tasche. Contenti loro, contento l’italiano medio, contenti tutti. Dov’è il problema? Me lo immagino io? Qualcosa continua a non quadrare.

Facevo discorsi di questo genere con il signor Hans Agdertenbos, un fotografo, insieme alla moglie tanzana, che ha abitato qui per otto anni, dopo aver vissuto anche in Zambia, Malawi, in Asia e non so dove altro. Non sono d’accordo con tutto quello che mi ha detto; su alcuni argomenti non so cosa pensare. Comunque, dice che vuole trasferirsi in Canada, perché non vuole invecchiare in un Paese dominato dalla corruzione fino ai più alti livelli del governo, fino ai ministri e al Presidente; dai trafficanti di droga che vendono cocaina ai turisti e riciclano il denaro sporco costruendo alberghi, e simili. Sostiene che l’Africa non dovrebbe ricevere aiuti allo sviluppo, dovrebbe capire da sola in che direzione vuole andare. (Ho protestato che negli ultimi anni gli “aiuti” non sono più, come una volta, versamenti in denaro che finiscono nelle tasche dei politici, ma sono offerti in termini di formazione – anche qui ci sarebbe da discutere). È vero che gli “africani” (anche se usare questa parola è un’enorme generalizzazione) hanno un atteggiamento passivo, che gli è costato la colonizzazione in senso culturale e che adesso gli sta costando l’arretratezza non solo nei confronti dei paesi sviluppati, ma di tutto il mondo: basta fare il paragone con la Cina o con il Brasile. Ho sempre pensato che l’unica via per uscire da questa condizione sia l’istruzione: sia quella tecnica, sia la cultura necessaria per capire la necessità di avere dei governanti onesti e così via. Ma mr. Hans sostiene che, per sua esperienza, spesso non sono affatto interessati, preferiscono fare a modo loro e farsi i loro affari come è sempre successo.

Se davvero è così, come possiamo noi giudicare questa scelta? Noi non siamo un modello positivo di sviluppo. Questa è la prima cosa da tenere a mente, e ci toglie l’autorità per giudicare. Anche aiutare con l’educazione è imporre un modello culturale estraneo? Non lo so.

La macchina di Galton

Come saprete, vi scrivo da un villaggio nel mezzo del bush, in Tanzania, a un’ora di auto dalla città più vicina. Questa è un’eccellente scusa per aver scritto un post poco approfondito e privo di immagini.

Il carnevale della matematica di questo mese ha come tema le “macchine matematiche”. Da fisico, obietterei subito che le “macchine” appartengono alla Fisica, in particolare alla meccanica, parola che ha la medesima etimologia, il greco μηχανή (mekhané). Vi appartengono necessariamente in quanto realizzazioni concrete, nello spazio fisico reale, che i matematici non conoscono che per sentito dire. D’altra parte ogni fenomeno fisico (ogni? forse – il discorso sarebbe complesso: c’è anche chi ha tirato fuori il primo teorema di incompletezza di Gödel in proposito, ma dovrebbe essere vero almeno per la meccanica classica) ammette una descrizione matematica, anzi, più di una, a seconda del livello a cui si vuole lavorare. Ci concediamo quindi di confondere questi due livelli: la teoria matematica e la fisica che ne viene descritta. Tra l’altro, è un lusso che il nostro cervello ama concedersi: gli esseri umani sono eccezionalmente bravi a praticare l’astrazione, ossia a cercare l’idealizzazione di un fenomeno (che si sappia, nessun altro o niente altro lo è nel sistema solare; resta da decidere se questo sia un record interessante o se il fatto che sia interessante lo pensiamo solo noi).

Questo sproloquio per introdurre l’argomento. È da un po’ che volevo fare una serie di post su dei teoremi particolarmente importanti o che mi piacciono particolarmente. Ne approfitto per parlare del primo attraverso una bellissima macchina che ne descrive perfettamente le deduzioni in un caso particolare (il caso più interessante, in realtà). Prima di spiegare ricordo ancora una volta che qui non ci sono teoremi, solo atomi, siamo noi a dare l’interpretazione. Se questo valga a tutti livelli della fisica è una domanda che andrebbe sottoposta ad un’apposita sottocommissione di filosofi delle scienza, che probabilmente litigherebbe per duemila anni e poi risponderebbe “boh”.

La macchina in questione è detta tavola di Galton, inventata, secondo Wikipedia, da un certo sir Francis Galton nel 1894. In alto, un imbuto rilascia, una alla volta, delle palline che cadono su un chiodo posto immediatamente sotto di esso, al centro, in modo che la pallina cada alla sua destra o alla sua sinistra grossomodo con uguale probabilità. Qualunque delle due vie essa scelga, troverà un nuovo chiodo ad aspettarla, e così via per un numero grande di passaggi, finché non raggiunge la base della “macchina”, dove viene fermata in una scanalatura in modo da osservare la sua posizione finale. Il tutto è più facile a vedersi che a spiegarsi: vi consiglio di andare a cercare una delle molte immagini e applet che ne mostrano il funzionamento (scusate se lascio a voi questo lavoro, ma la mia connessione internet rende ogni ricerca una sofferenza).

Mettetevi ora nei panni di una pallina. Chiamiamo asse x quello orizzontale, con origine in corrispondenza dell’imbuto. Ad ogni chiodo, determinate casualmente se spostarvi a destra o a sinistra, cioè se sommare o sottrarre un valore \delta x (dipendente dalla distanza tra i chiodi) alla vostra posizione corrente. La posizione finale dopo N chiodi è la somma di N valori, ognuno dei quali può essere, con uguale probabilità, +\delta x o $latex-\delta x$.

Indubbiamente, la clausola che il passo a destra e quello a sinistra siano egualmente frequenti fa subito pensare che, in media, la pallina resti attorno alla posizione zero. Ma sapere la media non dice tutto sulla distribuzione di probabilità: si può ottenere media zero con qualsiasi distribuzione finale di palline, purché simmetrica attorno all’origine. Anche se la media è zero, di sicuro non tutte le palline si troveranno esattamente sotto all’imbuto da cui sono partite. Mi aspetto che siano diffuse attorno ad esso, ma di quanto?

Qui entra in gioco il Teorema del Limite Centrale.

«La somma di N variabili casuali estratte dalla medesima distribuzione di probabilità, avente media M e deviazione standard S finite, è distribuita, per N grande, come una funzione gaussiana di media NM e deviazione standard S\sqrt{N}

Nel caso particolare della tavola, la somma di variabili casuali è la somma dei passi a destra o a sinistra, che avvengono con probabilità uguale e costante. La distribuzione esatta è una binomiale, che, per numero di passi sufficientemente grande, converge alla gaussiana.

Dal punto di vista matematico ha una sua eleganza perché si può vedere dal punto di vista degli spazi di funzioni: il ruolo particolare della gaussiana è dato dall’essere il punto fisso di una certa trasformazione; ma su questo non mi soffermo, innanzitutto perché non ne so abbastanza.

La bellezza di questo teorema consiste nel giustificare la presenza della distribuzione gaussiana un po’ dappertutto: l’altezza delle persone e molte altri dati biometrici sono distribuiti gaussianamente, così come molti tipi di errori di misurazione, eccetera. Ogni volta che il valore di una quantità è determinato dalla somma di un numero elevato di fattori imprevedibili, ci aspettiamo che il teorema entri in gioco, e le osservazioni lo confermano in molti casi.

Il random walk
Un caso molto simile si osserva realmente in fisica: considerate una particella “grande” rispetto alle molecole di un gas, nel quale è immersa. Essa riceve in continuazione spinte dalle molecole che la urtano casualmente, spingendola a destra o a sinistra. Applicando esattamente lo stesso ragionamento di cui sopra, si dimostra che la probabilità di trovare la particella ad una certa distanza dalla posizione iniziale è gaussiana, con una deviazione standard (l’ampiezza della gaussiana) che aumenta nel tempo. Questo è uno dei modi per risolvere il più semplice problema di DIFFUSIONE. In alternativa, si scrive un’equazione alle derivate parziali e la si risolve: è interessante notare che il modo più semplice per trovare la soluzione di quest’ultima (che naturalmente è la stessa: la gaussiana) è identico a quello usato per dimostrare il teorema del limite centrale (trasformare e antitrasformare alla Fourier, per chi fosse interessato).

A quanto pare non sono l’unico a trovarlo bello. Concludo con quello che Francis Galton scriveva: I know of scarcely anything so apt to impress the imagination as the wonderful form of cosmic order expressed by the “Law of Frequency of Error”. The law would have been personified by the Greeks and deified, if they had known of it. It reigns with serenity and in complete self-effacement, amidst the wildest confusion. The huger the mob, and the greater the apparent anarchy, the more perfect is its sway. It is the supreme law of Unreason. Whenever a large sample of chaotic elements are taken in hand and marshaled in the order of their magnitude, an unsuspected and most beautiful form of regularity proves to have been latent all along.

L’istruzione tanzana

Da un po’ avevo in mente di parlare del sistema scolastico in Tanzania. Traduco questo articolo di un quotidiano locale, che vi dà un’idea di quali siano le grosse problematiche da affrontare.

La scarsa istruzione ostacola le prospettive di lavoro

Il consiglio del distretto di Hai ha dedicato il 2014 al miglioramento dell’educazione. Svelando i piani per il nuovo anno ieri [3 gennaio] alla sede del distretto nella zona di Bomang’ombe, il Segretario del Consiglio Distrettuale di Hai, sig. Clement Kwayu, ha detto che la qualità dell’educazione è scesa del 40 percento sia nelle scuole pubbliche che private, e che il trend richiede un rimedio immediato al fine di assicurare che i bambini acquisiscano un’educazione migliore, che si adatti al mercato del lavoro.

Kwayu ha osservato che alcuni alunni che hanno completato lo Standard Seven [la nostra seconda media] non sono più preparati degli allievi di Standard Three [la terza elementare]. «Questo fatto è assai dannoso per il nostro Paese, dal momento che restiamo indietro nell’educazione permettendo agli stranieri di venire qui e impossessarsi dei migliori posti di lavoro», ha sottolineato il segretario, e ha aggiunto che ci sono molti stranieri, nella regione del Kilimanjaro, venuti in cerca di lavoro. Persone provenienti da paesi come il Rwanda stanno imparando l’inglese allo scopo di assicurarsi un posto qui.

«Ho dei dubbi sulla logica soggiacente alla rapidità con cui i ruandesi stanno imparando l’inglese. Parlandone con loro, mi hanno detto che vogliono venire in Tanzania perché qui sarebbero facilmente impiegati e troverebbero altre opportunità grazie all’abbondanza di terre.» ha detto il consigliere per il Nord Machame (Chadema).

Kwayu fa notare che i settori che attraggono immigrati includono il turistico, l’alberghiero, le assicurazioni, le piantagioni e perfino alcune industrie. Accusa genitori e tutori, specialmente nelle aree rurali, di non comprendere i benefici dell’istruzione. […] «questo è inaccettabile in quest’epoca della Comunità dell’Africa dell’Est e di globalizzazione». È una grande sfida per il consiglio distrettuale di Hai e per la nazione intera. Ognuno dovrebbe lasciarsi alle spalle questo peso e incoraggiare l’educazione.

«Il Padre della Nazione, Maestro Julius Nyerere, disse che l’ignoranza risulta estremamente dispendiosa, ed io ricordo ai tanzani che questo stato di cose ci costerà molto se non agiamo prontamente» il consigliere ha sottolineato che frequentare la scuola è molto importante e ha criticato gli studenti che marinano con il pretesto di partecipare a funerali. Ha detto che è necessaria una volontà politica per ottenere le infrastrutture necessarie per le scuole e gli istituti di istruzione superiore.

«Sarà privo di senso continuare a lavorare e impegnarsi negli affari sperando di lasciare ai nostri figli un’eredità cospicua se questa non è affiancata dall’istruzione. Questi bambini non condurranno la loro vita appieno. Dobbiamo prima garantire ai nostri figli un’educazione significativa.» ha detto Kwayu. Ha aggiunto che i Paesi asiatici stanno schizzando verso l’alto in termini di sviluppo perché hanno realizzato che l’istruzione è la chiave della vita. «Qui, andiamo in giro a cercare fondi per cerimonie funebri, matrimoni, eccetera: dovremmo, con lo stesso spirito, farlo per l’istruzione». I bambini dovrebbero essere fieri di studiare vicino alle loro case. «Dobbiamo assicurarci che le nostre scuole incoraggino l’apprendimento in modo che i bambini siano fieri di studiare nei loro stessi villaggi, anziché portare in scuole lontane perfino i bambini che inziano l’asilo.» ha proposto il segretario.

Il distretto di Hai è secondo in qualità dell’educazione nella regione del Kilimanjaro, preceduto da Moshi, il ventiduesimo a livello nazionale; la regione del Kilimanjaro è la seconda nel paese.

Parlando con Daily News, altri wananchi hanno espresso le stesse opinioni del signor Kwayu. Aniel David, un architetto originario di Masama, è dell’opinione che l’assenteismo degli studenti sia causato dal mancato pagamento delle rette da parte dei genitori. Riguardo alle ragioni che spingono genitori e tutori a preferire collegi fuori dalla regione d’origine o addirittura all’estero, il signor David sostiene che il problema sia l’ambiente poco favorevole delle scuole locali e la mancanza di insegnanti qualificati.

La signora Chadi Swai, insegnante, ritiene che i diplomati abbiano tutto il necessario per assicurarsi un buon impiego, ma non viene data loro la possibilità, poiché i datori di lavoro cercano solo lavoratori con esperienza.

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Bambini e volontari giocano a frisbee al tramonto.

Bambini e volontari giocano a frisbee al tramonto.

Un uomo di etnia Masai in spiaggia a Paje, sull'isola di Unguja (Zanzibar).

Un uomo di etnia Masai in spiaggia a Paje, sull’isola di Unguja (Zanzibar).

Un venditore al mercato di Zanzibar, 30 dicembre.

Un venditore al mercato di Zanzibar, 30 dicembre.

Studentesse musulmane all'università di Zanzibar.

Studentesse musulmane all’università di Zanzibar.

Sul traghetto che attraversa la baia di Dar Es Salaam, da Kigamboni al centro.

Sul traghetto che attraversa la baia di Dar Es Salaam, da Kigamboni al centro.

Dar Es Salaam

Non ho ancora preso qualche momento per descrivervi come sia questo posto. Non voglio parlare tanto del compound dell’Uvikiuta, che comunque e’ un luogo chiuso e privilegiato, ma dei paesi intorno. Quando sono arrivato, dopo dieci minuti di panico perche’ non era comparso nessuno a prendermi, il tassista e’ finalmente arrivato e mi ha condotto verso Chamazi dall’aeroporto. Erano le sei del mattino, ma il sole e’ gia’ abbastanza alto e, soprattutto, il traffico gia’ piu’ che intenso. Si guida a sinistra, il che e’ di per se abbastanza spaventoso; ma le strade sono pessime: immaginate una citta’ piu’ grande di Milano priva di metropolitana, priva di qualsivoglia tipo di treno, priva di tangenziali, priva di strade veloci in ingresso e in uscita dal centro. Nelle ore di punta si creano ingorghi che impiegano ore a risolversi. Il trasporto pubblico, se si puo’ definire pubblico, funziona comunque bene: ci sono centinaia di daladala, forse un automezzo su due e’ un daladala. Tanto che se voglio andare a Mbagala, dove sono adesso all’internet cafe’, l’attesa media e’ di trenta-quaranta secondi! Giuro! Il primo impatto con la periferia di Dar l’ho avuto venendo dall’aeroporto e mi si ripresenta ogni volta che mi sposto da Chamazi: le strade sono sempre piene di uomini e donne che si spostano (non si sa per andare dove) e di negozi incredibili. I piu’ comuni sono:

1. Il venditore di bibite. Sono sempre ghiacciate, non si sa bene come.

2. Il venditore di ricariche del telefonino. Questo e’ il piu’ comune di tutti. Qui a Mbagala ce n’e’ uno ogni due metri! Le uniche grandi marche che riescono a raggiungere ogni angolo e ogni villaggio e a essere presenti su tutte le insegne sono quelle di Vodacom, Tigo e Airtel.

3. L’artigiano del legno, in venditore di letti e di materassi. La quantita’ di materassi che si vedono in vendita per le strade e’ – per ragioni ignote – sproporzionatamente elevata.

4. Il venditore di mango: qui i manghi crescono in abbondanza sugli alberi, basta raccoglierli e venderli. Ci sono anche i venditori di arance e quelli di ananas. Le arance vengono spellate, lasciando pero’ il bianco, e vendute cosi’, gli ananas sbucciati e affettati. I manghi e l’ananas sono meravigliosamente buoni, le arance sono pessime rispetto alle nostre.

Seguono: Il venditore di patatine fritte, pollo e simili; il parrucchiere, il negozio di pezzi di ricambio per moto, le chiese e molto altro. Ogni tanto ci sono stazioni dei daladala, o piccoli assembramenti di pikipiki (dette anche bodaboda) cioe’ motociclette usate per portare in giro chi abbia troppa fretta per usare un daladala: queste infatti schizzano nel traffico zigzagando. Il casco non e’ contemplato quasi in nessun caso, e spesso possono esserci due passeggeri oltre al conducente. Il mezzo e’ universalmente considerato pericoloso, anche dai tanzani stessi. Dimenticavo, un’altra visione comune e’ il venditore di uova. C’e’ quello che vende uova fresche: va in giro in bicicletta con, sul portapacchi posteriore, pigne alte fino a un metro di uova inframmezzate da portauova di cartone. C’e’ anche l’ambulante che le vende cotte e salate ai passanti, in particolare a chi aspetta che il daladala parta. Insieme a questi ultimi c’e’ chi vende l’acqua e i succhi in bottiglia, l’acqua di rubinetto fredda in bustine di plastica annodate, le sigarette. Tutti loro richiamano l’attenzione dei passanti facendo tintinnare le monete che hanno in mano in un modo caratteristico, oppure facendo un verso con la bocca, una specie di risucchio.

Tutti questi sono stipati uno accanto all’altro, interminabilmente, per chilometri di strade, tanto che quando venivo dall’aeroporto avevo continuamente la sensazione di stare passando nello stesso posto di prima.

Oggi sono a Mbagala, a mezz’ora di daladala dall’Uvikiuta, a usare internet e penso che mi fermero’ a mangiare.

Venerdi 20

Volevo aggiornarvi sull’andamento delle mie lezioni, visto che diversi mi hanno chiesto.

Alla mattina ho adesso circa sei studenti a cui faccio una sorta di ripetizioni. Ognuno porta i propri esercizi e li fa con il mio aiuto; se necessario spiego qualche argomento. Il più grande, poi, mi chiede di spiegargli parti di fisica che non ha ancora fatto a scuola, quindi gli sto facendo un mini corso di termodinamica. Per lo più, ora che sono un paio di settimane che ci conosciamo, riusciamo a capirci e abbiamo trovato un certo equilibrio. Fanno tutti argomenti diversi, quindi io passo un po’ dall’uno all’altro. Sono tra i dodici e i diciotto anni; paradossalmente, il diciottenne è quello con cui faccio decisamente più fatica. Ha dei problemi con l’inglese, a volte dico una cosa e vedo che sul quaderno scrive tutto il contrario. Per esempio: “le sostanze sono di tre tipi: solidi, liquidi e gas”. Lui scrive: “i gas sono di tre tipi, gas solidi, gas liquidi, gas veri e propri”. La fantasia galoppa.

Con gli altri a volte è un po’ dura, ma nello stesso senso in cui lo sarebbe fare ripetizioni a dei ragazzini italiani: agghiaccianti operazioni come (x–3)/x =(semplifico la x) 1–3 = –2 e simili. Ordinaria amministrazione. Il problema è che quello che fa questo tipo di errori sta studiando anche i logaritmi, ed è più bravo a fare questi ultimi (sebbene si lasci andare alla creatività, ogni tanto, anche qui). La ragazzina più giovane è la più intelligente, nel senso che quando le viene spiegato un concetto riesce ad applicarlo immediatamente. Poi ce n’è un’altra di cui non capisco se è terribilmente timida o non sa l’inglese: parla solo se è obbligata e dice solo una parola alla volta, ad un volume appena superiore alla soglia di udibilità. Quando spiego termodinamica al più grande, però, prende appunti in inglese già alla prima delle dieci ripetizioni che servono a lui, e risolve gli esercizi nella metà del suo tempo.

Questi quattro sono quelli che ci sono dall’inizio, poi ogni tanto compare qualcun altro. L’impressione generale è che se la cavino tutto sommato bene, ma allo stesso tempo ci si rende conto rapidamente che il sistema scolastico tanzano è un vero e proprio colabrodo. Adesso non ho il tempo di dilungarmi sull’argomento.

Al pomeriggio vengono sempre qui dei pestiferi bambinetti nella vana speranza di imparare un po’ di inglese. Di fatto queste orette pomeridiane sono frustranti e stancanti. Non so cosa fargli fare, non è il mio lavoro e non sono capace di relazionarmi, oltre al fatto che non ci capiamo perché loro parlano inglese più o meno quanto io parlo swahili. Settimana prossima spero che se li cucchino i canadesi.

Oggi, dopo pranzo, sono andato a piedi a Mbande, il paese più vicino, dove non ero ancora stato. Camminare sotto il sole forse non è stata una grande idea, ho rischiato la pelle o quasi, comunque sono arrivato sano e salvo e mi sono bevuto una coca-cola di produzione locale ben fresca (l’elettricità è usata quasi esclusivamente per i frigoriferi). Ho fatto un giretto in paese, sempre in un certo imbarazzo, visto che attraggo gli sguardi di tutti, poi ho preso un daladala e in meno di cinque minuti ero a casa, tanto che mi sono chiesto se non fosse stato un po’ ridicolo averlo usato. Comunque, ho intenzione di tornarci presto, visto che ci vuole poco; magari, la prossima volta, in quell’ora libera in cui non so mai cosa fare, tra le sei e le sette. Il problema è che alle sei c’è ancora il sole sopra l’orizzonte, alle sette è buio completo, perché il sole scende perpendicolarmente all’orizzonte, quindi il tramonto dura non più di mezz’ora.