Parakuyo

Non scrivo su questo coso dai primi di gennaio, cioè dai primi giorni dopo il mio arrivo a Parakuyo. La scusa principale è che internet era così lento là nel villaggio da costringermi a salti mortali per collegarmi al server di WordPress, che è scritto in un HTML moderno e quindi pesantuccio. Sono riuscito a pubblicare l’articolo sulla gita a Zanzibar solo dopo giorni di tentativi.

Non nego, naturalmente, che la ragione principale era la mia pigrizia, a cui ha considerevolmente contribuito il caldo atroce.

Al mio ritorno, talmente tanta gente, anche persone che non vedevo da anni, mi ha detto che mi aveva letto “fino a un certo punto” (ecco, la ragione è che dopo “un certo punto” non ho scritto niente), che mi è sembrato un peccato, perciò adesso, dopo un mese e mezzo dal mio ritorno, mi sento in dovere di fare un rapido riassunto.

La seconda metà della mia esperienza tanzana si è svolta in un villaggio dell’interno, nella regione di Morogoro. Colpisce immediatamente la differenza dalla città: Dar Es Salaam è una metropoli che non ha un’identità culturale propria, Parakuyo è abitato, al contrario, principalmente da persone di etnia Maasai, con le proprie tradizioni, che si manifestano in una lingua propria, nei riti di iniziazione tuttora in uso (non volete saperli), nel modo di costruire le case, nell’attività (si dedicano quasi esclusivamente alla pastorizia, senza coltivare nulla) e naturalmente nel modo di vestire, che è abbastanza caratteristico da essere a volte noto anche fuori dall’Africa:DSC_1401

I panni sono simili ma in tinta unita viola, blu o marrone per le donne. Gli uomini non escono di casa senza il bastone, oltre che, spesso, una mazza, un coltello e ovviamente il cellulare, che viene inglobato nelle pieghe della veste in un modo che non mi è chiaro.

A Dar Es Salaam, ad eccezione del centro, dove i turisti spesso passano, già era una sorpresa vedere un bianco sul daladala affollato o nell’incasinato mercato di Mbagala (un posto che mi manca molto); in un villaggio Maasai la visione di un bianco è abbastanza straordinaria da meritare che estraggano il telefono e mi scattino impudicamente una foto a bruciapelo. Nella zona centrale, comunque, sanno bene che ci siamo e cosa facciamo (io e i canadesi), ma questo non gli impedisce di fermarci ogni volta che commettiamo l’errore di passargli davanti, per poi sottoporci all'”interrogazione”.

L'”interrogazione” consiste in una sequela di saluti in Swahili (quando ti va bene, se no in Maa), che definisco così perché ognuno di essi ha la sua risposta particolare, e suscita ilarità rispondere “bene” a “ciao” o “ciao” a “come va”. A shikamoo corrisponde marahaba, a mambo si risponde poa, a habari seguito da una cosa qualunque si rassicura l’interlocutore con mzuri (bene) o salama (tranquillo), al più noto internazionalmente, ma meno usato hujambo (plurale hamjambo) l’unica risposta possibile è sijambo (plurale hatujambo, se te li ricordi tutti almeno hai imparato il presente indicativo negativo). Se poi, come facevo io ogni tanto, commetti l’errore di andare in giro con una kofia, dopo averti riso in faccia sceglieranno l’arabo as-salaamu ‘aleikum, cui si risponde wa ‘aleikumu as-salaam.

Per questo dico che ci si sente sempre un po’ sotto esame. Con una signora quarantenne, devo dire mambo o shikamoo? Boh!

Poi ci sono i bambini, che salutano gli adulti della loro tribù in un modo meraviglioso: chinano il capo, e l’adulto appoggia loro una mano sulla testa. Rasata, sia per gli uomini che per le donne, di qualsiasi età.

I bambini, per inciso, sono fantastici. C’è adorazione reciproca tra noi e loro. Scorrazzano liberamente ovunque anche quando a malapena parlano, e a sei anni badano da soli a una mandria di mucche.

Non aggiungo altro per il momento. Pubblico un paio di foto significative: il livello di fango raggiunto all’inizio della stagione delle piogge (andare a scuola, a un quarto d’ora di cammino, era un disastro) e il mercato di Morogoro, la città vicina (30 km per un’ora di bus abbondante). La seconda, secondo me, è una delle migliori foto che abbia mai fatto. I mercati sono dei posti meravigliosi. Varrebbe la pena di viaggiare per il mondo solo per visitare quelli.

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Zanzibar

Questo articolo è stato scritto durante i tre giorni a Zanzibar tra Natale e Capodanno. Mi sono reso conto che non vi ho mandato recentemente aggiornamenti su dove sono e cosa sto facendo. Mi sono spostato nell’interno, in un villaggio Maasai. Lunedì si comincia a lavorare a scuola sul serio. Vi aggiornerò quanto prima.

C’è una differenza fondamentale tra Zanzibar e Dar Es Salaam. Innanzitutto, sbarcando sull’isola (che si chiama Unguja), si nota subito che Zanzibar ha una storia e una cultura proprie, non solo nel senso che in Tanzania sono diverse, ma anche che la Tanzania, senza offesa, ha acquisito passivamente sia una serie di usi e costumi dai colonizzatori sia forse dei modelli culturali proposti più tardi e in altri modi, attraverso i media e il commercio globalizzato. A Dar non si prova la sensazione di rispetto dovuto alla storia di una grande civiltà. A Zanzibar sì, anche se non come, per citare un altro esempio che conosco, in Marocco. Anche se forse è a sua volta una influenza coloniale, che noi però non conosciamo e registriamo come “più pura” perché non viene da noi, ma dagli arabi. In ogni caso, si vede più bellezza, girando per le stradine di Stone Town, mentre Dar, almeno per la parte che conosco io, si dedica interamente ad essere funzionale ed economica.

L’altra differenza fondamentale è che a Zanzibar gli stranieri sono ovunque, e di conseguenza la popolazione locale si è adattata a un modello economico costruito interamente in funzione del turista. Si è continuamente richiamati da una serie di venditori ambulanti, negozianti, tassisti, personaggi vari che, non avendo un lavoro fisso, cercano di portarti in giro, o di suggerirti un albergo in cambio di una mancia tua o dell’albergatore. Con tutto il rispetto per loro, questo a volte sembra impedire un rapporto sincero con gli zanzibarini.

Se a Mbagala i bambini ti chiamano “mzungu” e sono incuriositi dalla presenza di un bianco, intimoriti talvolta, qui, mi dicono, ci sono bambini altrettanto piccoli che parlano qualche parola di italiano. Un sacco di gente sa dire almeno qualche saluto nella nostra lingua.

Gli italiani sono arrivati qui per primi, una ventina di anni fa, con il modello turistico del villaggio vacanze, e le conseguenze sono queste. Benefico per l’economia, per carità, ma l’impressione che mi fa è certamente triste. In questi giorni non ho mai scambiato chiacchiere con nessun europeo, con una sola eccezione: ho sentito una coppia di italiani che discuteva del fatto che sentire gli zanzibarini parlare italiano gli sembrava triste, e io mi sono girato per dir loro solo “condivido pienamente”.

Mi sembra sempre di dovermi scusare, anzi no, sento il bisogno di giustificarmi, di specificare che non sono parte di quelle comitive che per novecento euro la settimana, volo compreso, vengono catapultate qui direttamente dal Varesotto e dalla Brianza da cui non sono mai, almeno culturalmente, uscite. Che non sono in grado di relazionarsi con un paese musulmano, mangiano pastasciutta, non parlano nemmeno l’inglese. Per cui, il sogno della vita del venditore di quel buonissimo tè speziato è imparare l’italiano.

A Paje è pieno di bianchi ancora più che a Stone Town, e ci sono molti grandi alberghi e ristoranti che per il costo della vita locale sono estremamente cari. Tutto questo mi fa ancora incessantemente pensare al concetto di turismo e alle sue conseguenze. Ma soprattutto, mi chiedo quanto sia io in realtà diverso dai turisti dei quali parlavo prima, mi faccio a mia volta degli scrupoli. Non so se sia giusto sentirsi responsabili, e di sicuro una differenza dovrò pur esserci tra chi mangia pastasciutta nei villaggi (e non è un pregiudizio, ho conosciuto, in vacanze passate, gente che lo fa davvero) e il sottoscritto, che mette il cibo al numero uno delle attrazioni di un viaggio, assai sopra al mare, alle spiagge e ai musei. Però non posso fare una netta distinzione né parlare di “loro”, dei “turisti” perché non sarebbe onesto e sarebbe indubbiamente un atteggiamento altezzoso. Non so in realtà cosa ne pensino “loro”, né se davvero esistano dei “loro” nei termini in cui li descrivo io. Oltretutto, quando sono venuto qui la bellezza di quattordici anni fa (esatti esatti) aderivo esattamente a quel modello di vacanza.

Tra parentesi, di sicuro gli zanzibarini preferiscono un bravo italiano medio che compra i souvenir, va nei ristoranti per turisti eccetera: fa bene all’economia e alle loro tasche. Contenti loro, contento l’italiano medio, contenti tutti. Dov’è il problema? Me lo immagino io? Qualcosa continua a non quadrare.

Facevo discorsi di questo genere con il signor Hans Agdertenbos, un fotografo, insieme alla moglie tanzana, che ha abitato qui per otto anni, dopo aver vissuto anche in Zambia, Malawi, in Asia e non so dove altro. Non sono d’accordo con tutto quello che mi ha detto; su alcuni argomenti non so cosa pensare. Comunque, dice che vuole trasferirsi in Canada, perché non vuole invecchiare in un Paese dominato dalla corruzione fino ai più alti livelli del governo, fino ai ministri e al Presidente; dai trafficanti di droga che vendono cocaina ai turisti e riciclano il denaro sporco costruendo alberghi, e simili. Sostiene che l’Africa non dovrebbe ricevere aiuti allo sviluppo, dovrebbe capire da sola in che direzione vuole andare. (Ho protestato che negli ultimi anni gli “aiuti” non sono più, come una volta, versamenti in denaro che finiscono nelle tasche dei politici, ma sono offerti in termini di formazione – anche qui ci sarebbe da discutere). È vero che gli “africani” (anche se usare questa parola è un’enorme generalizzazione) hanno un atteggiamento passivo, che gli è costato la colonizzazione in senso culturale e che adesso gli sta costando l’arretratezza non solo nei confronti dei paesi sviluppati, ma di tutto il mondo: basta fare il paragone con la Cina o con il Brasile. Ho sempre pensato che l’unica via per uscire da questa condizione sia l’istruzione: sia quella tecnica, sia la cultura necessaria per capire la necessità di avere dei governanti onesti e così via. Ma mr. Hans sostiene che, per sua esperienza, spesso non sono affatto interessati, preferiscono fare a modo loro e farsi i loro affari come è sempre successo.

Se davvero è così, come possiamo noi giudicare questa scelta? Noi non siamo un modello positivo di sviluppo. Questa è la prima cosa da tenere a mente, e ci toglie l’autorità per giudicare. Anche aiutare con l’educazione è imporre un modello culturale estraneo? Non lo so.

L’istruzione tanzana

Da un po’ avevo in mente di parlare del sistema scolastico in Tanzania. Traduco questo articolo di un quotidiano locale, che vi dà un’idea di quali siano le grosse problematiche da affrontare.

La scarsa istruzione ostacola le prospettive di lavoro

Il consiglio del distretto di Hai ha dedicato il 2014 al miglioramento dell’educazione. Svelando i piani per il nuovo anno ieri [3 gennaio] alla sede del distretto nella zona di Bomang’ombe, il Segretario del Consiglio Distrettuale di Hai, sig. Clement Kwayu, ha detto che la qualità dell’educazione è scesa del 40 percento sia nelle scuole pubbliche che private, e che il trend richiede un rimedio immediato al fine di assicurare che i bambini acquisiscano un’educazione migliore, che si adatti al mercato del lavoro.

Kwayu ha osservato che alcuni alunni che hanno completato lo Standard Seven [la nostra seconda media] non sono più preparati degli allievi di Standard Three [la terza elementare]. «Questo fatto è assai dannoso per il nostro Paese, dal momento che restiamo indietro nell’educazione permettendo agli stranieri di venire qui e impossessarsi dei migliori posti di lavoro», ha sottolineato il segretario, e ha aggiunto che ci sono molti stranieri, nella regione del Kilimanjaro, venuti in cerca di lavoro. Persone provenienti da paesi come il Rwanda stanno imparando l’inglese allo scopo di assicurarsi un posto qui.

«Ho dei dubbi sulla logica soggiacente alla rapidità con cui i ruandesi stanno imparando l’inglese. Parlandone con loro, mi hanno detto che vogliono venire in Tanzania perché qui sarebbero facilmente impiegati e troverebbero altre opportunità grazie all’abbondanza di terre.» ha detto il consigliere per il Nord Machame (Chadema).

Kwayu fa notare che i settori che attraggono immigrati includono il turistico, l’alberghiero, le assicurazioni, le piantagioni e perfino alcune industrie. Accusa genitori e tutori, specialmente nelle aree rurali, di non comprendere i benefici dell’istruzione. […] «questo è inaccettabile in quest’epoca della Comunità dell’Africa dell’Est e di globalizzazione». È una grande sfida per il consiglio distrettuale di Hai e per la nazione intera. Ognuno dovrebbe lasciarsi alle spalle questo peso e incoraggiare l’educazione.

«Il Padre della Nazione, Maestro Julius Nyerere, disse che l’ignoranza risulta estremamente dispendiosa, ed io ricordo ai tanzani che questo stato di cose ci costerà molto se non agiamo prontamente» il consigliere ha sottolineato che frequentare la scuola è molto importante e ha criticato gli studenti che marinano con il pretesto di partecipare a funerali. Ha detto che è necessaria una volontà politica per ottenere le infrastrutture necessarie per le scuole e gli istituti di istruzione superiore.

«Sarà privo di senso continuare a lavorare e impegnarsi negli affari sperando di lasciare ai nostri figli un’eredità cospicua se questa non è affiancata dall’istruzione. Questi bambini non condurranno la loro vita appieno. Dobbiamo prima garantire ai nostri figli un’educazione significativa.» ha detto Kwayu. Ha aggiunto che i Paesi asiatici stanno schizzando verso l’alto in termini di sviluppo perché hanno realizzato che l’istruzione è la chiave della vita. «Qui, andiamo in giro a cercare fondi per cerimonie funebri, matrimoni, eccetera: dovremmo, con lo stesso spirito, farlo per l’istruzione». I bambini dovrebbero essere fieri di studiare vicino alle loro case. «Dobbiamo assicurarci che le nostre scuole incoraggino l’apprendimento in modo che i bambini siano fieri di studiare nei loro stessi villaggi, anziché portare in scuole lontane perfino i bambini che inziano l’asilo.» ha proposto il segretario.

Il distretto di Hai è secondo in qualità dell’educazione nella regione del Kilimanjaro, preceduto da Moshi, il ventiduesimo a livello nazionale; la regione del Kilimanjaro è la seconda nel paese.

Parlando con Daily News, altri wananchi hanno espresso le stesse opinioni del signor Kwayu. Aniel David, un architetto originario di Masama, è dell’opinione che l’assenteismo degli studenti sia causato dal mancato pagamento delle rette da parte dei genitori. Riguardo alle ragioni che spingono genitori e tutori a preferire collegi fuori dalla regione d’origine o addirittura all’estero, il signor David sostiene che il problema sia l’ambiente poco favorevole delle scuole locali e la mancanza di insegnanti qualificati.

La signora Chadi Swai, insegnante, ritiene che i diplomati abbiano tutto il necessario per assicurarsi un buon impiego, ma non viene data loro la possibilità, poiché i datori di lavoro cercano solo lavoratori con esperienza.

Foto

Bambini e volontari giocano a frisbee al tramonto.

Bambini e volontari giocano a frisbee al tramonto.

Un uomo di etnia Masai in spiaggia a Paje, sull'isola di Unguja (Zanzibar).

Un uomo di etnia Masai in spiaggia a Paje, sull’isola di Unguja (Zanzibar).

Un venditore al mercato di Zanzibar, 30 dicembre.

Un venditore al mercato di Zanzibar, 30 dicembre.

Studentesse musulmane all'università di Zanzibar.

Studentesse musulmane all’università di Zanzibar.

Sul traghetto che attraversa la baia di Dar Es Salaam, da Kigamboni al centro.

Sul traghetto che attraversa la baia di Dar Es Salaam, da Kigamboni al centro.

Dar Es Salaam

Non ho ancora preso qualche momento per descrivervi come sia questo posto. Non voglio parlare tanto del compound dell’Uvikiuta, che comunque e’ un luogo chiuso e privilegiato, ma dei paesi intorno. Quando sono arrivato, dopo dieci minuti di panico perche’ non era comparso nessuno a prendermi, il tassista e’ finalmente arrivato e mi ha condotto verso Chamazi dall’aeroporto. Erano le sei del mattino, ma il sole e’ gia’ abbastanza alto e, soprattutto, il traffico gia’ piu’ che intenso. Si guida a sinistra, il che e’ di per se abbastanza spaventoso; ma le strade sono pessime: immaginate una citta’ piu’ grande di Milano priva di metropolitana, priva di qualsivoglia tipo di treno, priva di tangenziali, priva di strade veloci in ingresso e in uscita dal centro. Nelle ore di punta si creano ingorghi che impiegano ore a risolversi. Il trasporto pubblico, se si puo’ definire pubblico, funziona comunque bene: ci sono centinaia di daladala, forse un automezzo su due e’ un daladala. Tanto che se voglio andare a Mbagala, dove sono adesso all’internet cafe’, l’attesa media e’ di trenta-quaranta secondi! Giuro! Il primo impatto con la periferia di Dar l’ho avuto venendo dall’aeroporto e mi si ripresenta ogni volta che mi sposto da Chamazi: le strade sono sempre piene di uomini e donne che si spostano (non si sa per andare dove) e di negozi incredibili. I piu’ comuni sono:

1. Il venditore di bibite. Sono sempre ghiacciate, non si sa bene come.

2. Il venditore di ricariche del telefonino. Questo e’ il piu’ comune di tutti. Qui a Mbagala ce n’e’ uno ogni due metri! Le uniche grandi marche che riescono a raggiungere ogni angolo e ogni villaggio e a essere presenti su tutte le insegne sono quelle di Vodacom, Tigo e Airtel.

3. L’artigiano del legno, in venditore di letti e di materassi. La quantita’ di materassi che si vedono in vendita per le strade e’ – per ragioni ignote – sproporzionatamente elevata.

4. Il venditore di mango: qui i manghi crescono in abbondanza sugli alberi, basta raccoglierli e venderli. Ci sono anche i venditori di arance e quelli di ananas. Le arance vengono spellate, lasciando pero’ il bianco, e vendute cosi’, gli ananas sbucciati e affettati. I manghi e l’ananas sono meravigliosamente buoni, le arance sono pessime rispetto alle nostre.

Seguono: Il venditore di patatine fritte, pollo e simili; il parrucchiere, il negozio di pezzi di ricambio per moto, le chiese e molto altro. Ogni tanto ci sono stazioni dei daladala, o piccoli assembramenti di pikipiki (dette anche bodaboda) cioe’ motociclette usate per portare in giro chi abbia troppa fretta per usare un daladala: queste infatti schizzano nel traffico zigzagando. Il casco non e’ contemplato quasi in nessun caso, e spesso possono esserci due passeggeri oltre al conducente. Il mezzo e’ universalmente considerato pericoloso, anche dai tanzani stessi. Dimenticavo, un’altra visione comune e’ il venditore di uova. C’e’ quello che vende uova fresche: va in giro in bicicletta con, sul portapacchi posteriore, pigne alte fino a un metro di uova inframmezzate da portauova di cartone. C’e’ anche l’ambulante che le vende cotte e salate ai passanti, in particolare a chi aspetta che il daladala parta. Insieme a questi ultimi c’e’ chi vende l’acqua e i succhi in bottiglia, l’acqua di rubinetto fredda in bustine di plastica annodate, le sigarette. Tutti loro richiamano l’attenzione dei passanti facendo tintinnare le monete che hanno in mano in un modo caratteristico, oppure facendo un verso con la bocca, una specie di risucchio.

Tutti questi sono stipati uno accanto all’altro, interminabilmente, per chilometri di strade, tanto che quando venivo dall’aeroporto avevo continuamente la sensazione di stare passando nello stesso posto di prima.

Oggi sono a Mbagala, a mezz’ora di daladala dall’Uvikiuta, a usare internet e penso che mi fermero’ a mangiare.

Venerdi 20

Volevo aggiornarvi sull’andamento delle mie lezioni, visto che diversi mi hanno chiesto.

Alla mattina ho adesso circa sei studenti a cui faccio una sorta di ripetizioni. Ognuno porta i propri esercizi e li fa con il mio aiuto; se necessario spiego qualche argomento. Il più grande, poi, mi chiede di spiegargli parti di fisica che non ha ancora fatto a scuola, quindi gli sto facendo un mini corso di termodinamica. Per lo più, ora che sono un paio di settimane che ci conosciamo, riusciamo a capirci e abbiamo trovato un certo equilibrio. Fanno tutti argomenti diversi, quindi io passo un po’ dall’uno all’altro. Sono tra i dodici e i diciotto anni; paradossalmente, il diciottenne è quello con cui faccio decisamente più fatica. Ha dei problemi con l’inglese, a volte dico una cosa e vedo che sul quaderno scrive tutto il contrario. Per esempio: “le sostanze sono di tre tipi: solidi, liquidi e gas”. Lui scrive: “i gas sono di tre tipi, gas solidi, gas liquidi, gas veri e propri”. La fantasia galoppa.

Con gli altri a volte è un po’ dura, ma nello stesso senso in cui lo sarebbe fare ripetizioni a dei ragazzini italiani: agghiaccianti operazioni come (x–3)/x =(semplifico la x) 1–3 = –2 e simili. Ordinaria amministrazione. Il problema è che quello che fa questo tipo di errori sta studiando anche i logaritmi, ed è più bravo a fare questi ultimi (sebbene si lasci andare alla creatività, ogni tanto, anche qui). La ragazzina più giovane è la più intelligente, nel senso che quando le viene spiegato un concetto riesce ad applicarlo immediatamente. Poi ce n’è un’altra di cui non capisco se è terribilmente timida o non sa l’inglese: parla solo se è obbligata e dice solo una parola alla volta, ad un volume appena superiore alla soglia di udibilità. Quando spiego termodinamica al più grande, però, prende appunti in inglese già alla prima delle dieci ripetizioni che servono a lui, e risolve gli esercizi nella metà del suo tempo.

Questi quattro sono quelli che ci sono dall’inizio, poi ogni tanto compare qualcun altro. L’impressione generale è che se la cavino tutto sommato bene, ma allo stesso tempo ci si rende conto rapidamente che il sistema scolastico tanzano è un vero e proprio colabrodo. Adesso non ho il tempo di dilungarmi sull’argomento.

Al pomeriggio vengono sempre qui dei pestiferi bambinetti nella vana speranza di imparare un po’ di inglese. Di fatto queste orette pomeridiane sono frustranti e stancanti. Non so cosa fargli fare, non è il mio lavoro e non sono capace di relazionarmi, oltre al fatto che non ci capiamo perché loro parlano inglese più o meno quanto io parlo swahili. Settimana prossima spero che se li cucchino i canadesi.

Oggi, dopo pranzo, sono andato a piedi a Mbande, il paese più vicino, dove non ero ancora stato. Camminare sotto il sole forse non è stata una grande idea, ho rischiato la pelle o quasi, comunque sono arrivato sano e salvo e mi sono bevuto una coca-cola di produzione locale ben fresca (l’elettricità è usata quasi esclusivamente per i frigoriferi). Ho fatto un giretto in paese, sempre in un certo imbarazzo, visto che attraggo gli sguardi di tutti, poi ho preso un daladala e in meno di cinque minuti ero a casa, tanto che mi sono chiesto se non fosse stato un po’ ridicolo averlo usato. Comunque, ho intenzione di tornarci presto, visto che ci vuole poco; magari, la prossima volta, in quell’ora libera in cui non so mai cosa fare, tra le sei e le sette. Il problema è che alle sei c’è ancora il sole sopra l’orizzonte, alle sette è buio completo, perché il sole scende perpendicolarmente all’orizzonte, quindi il tramonto dura non più di mezz’ora.

Orientation

Visto che sono in vena di scrivere vi racconto anche le giornate passate. Quella di ieri merita un post a parte (solo, sappiate che l’ho scritto oggi anche se farò finta di averlo scritto ieri). Per i giorni precedenti non mi dilungo. Venerdì mattina mi hanno fatto “orientation”: il mio responsabile, che è un simpatico ragazzo di nome Lawrence (anche se potrebbe essere scritto in un altro modo, visto che qui “dicembre” si scrive Desemba) mi ha raccontato vita morte e miracoli dell’associazione a cui apparteniamo. Devo dire che sono rimasto davvero favorevolmente impressionato. La cosa veramente bella è che non sono solo una associazione cosiddetta “benefica” che accoglie pietosi stranieri che fanno volontariato: è un’associazione di volontariato locale. Si occupa (anche) di volontari tanzani che lavorano in comunità tanzane, e finanzia le sue attività con i volontari internazionali e con la vendita di frutta prodotta nei suoi terreni. È stata fondata nel 1983 da un gruppo di ragazzi sotto i vent’anni (qui non è come da noi, che fino a venti sei un bambino) che cercavano un posto dove poter fare qualcosa insieme, adesso non ricordo bene, e hanno trovato questi terreni (assai vasti, un tempo qui non c’era nulla) grazie ai contatti con il (primo) presidente della Repubblica Unita di Tanzania Julius K. Nyerere (che qui venerano tutti, anche se non doveva essere proprio un santarellino). La cosa è cresciuta ed oggi danno lavoro ad un sacco di persone, alcune delle quali vivono anche qui. In più sono un centro di aggregazione per i ragazzi che vogliono venire qui a studiare, affittano una sala per incontri, conferenze o proiezioni; stanno costruendo una palestra e hanno ancora i campi (alberi di mango, soprattutto, ed è stagione di raccolta). Un tempo avevano le vacche e producevano biogas. Hanno un orto botanico sparso per tutto il compound. Fanno crescere alberi in sacchetti e poi li piantano nelle scuole o li regalano. E hanno un sacco di spazio per crescere ancora.

Insomma fanno un gran, gran lavoro. La parte che conosco meglio è quella del volontariato naturalmente. Oltre al medio termine, cioè quelli come me, fanno workcamp per chi vuole venire due-tre settimane, e questi vengono mandati in molti posti diversi della Tanzania con cui hanno sviluppato contatti e progetti negli anni, per esempio nella comunità Masai. Ma soprattutto, molti volontari vengono da scambi importanti, come quello trilaterale con Canada e Kenya. Ora ci sono qui una ventina di keniani, che se ne vanno giovedì, sostituiti da altri venti. Insieme a questi arriveranno venti canadesi. Sia i tanzani che i keniani andranno o sono andati in Canada (a patire il freddo, immagino). In tutto questo il punto fondamentale non è tanto l’impatto che il lavoro del volontario ha sulla comunità locale, ma proprio il fatto che chi fa volontariato “sud-sud” è normalmente un ragazzo/a che ha finito gli studi e rischia la disoccupazione: il volontariato serve a fargli acquisire delle competenze e a schiarirgli le idee, e in questo senso sono davvero bravi. Quest’anno è venuto in visita e a inaugurare nuovi edifici anche l’attuale presidente della Repubblica.

Riassumendo. Il responsabile della mia associazione italiana mi aveva messo in guardia sul fatto che a volte le organizzazioni ospitanti sono più interessate ai soldi che al lavoro del volontario. Sarà anche vero che non mi hanno per niente ammazzato di lavoro, ma di sicuro vale la pena di fare scambi con Uvikiuta. Quando mi parlavano del volontariato locale, facevano gli stessi discorsi che a Roma hanno fatto a me, che lo sviluppo della comunità locale si realizza non con i soldi, ma con la formazione dei giovani. Che le comunità locali devono imparare a gestire le risorse. Sono assolutamente consapevoli di questi aspetti. Considerato che ero abbastanza preoccupato di finire in una associazione valida e che i miei soldi finissero in buone mani direi che è un successo.

Aggiungo che l’altro giorno stavo tornando da questa mattinata di orientamento e ho visto la bandiera tanzana a mezz’asta. Ho chiesto a Lawrence e mi ha detto che era morto Mandela: l’ho saputo in quel momento, non avendo avuto accesso a internet il giorno prima. Tutti gli africani sono in lutto sincero, tutti i giornali hanno avuto per due giorni la sua foto in prima pagina

Domenica 8 dicembre

Non avendo nulla da fare, oggi volevo andare a fare un salto a Mbagala, dove ci dovrebbe essere un centro internet. La tedesca mi ha detto che sarebbe andata a sua volta, quindi abbiamo preso il daladala insieme. Pioveva a dirotto, ma non ci siamo preoccupati perché normalmente vengono giù grandi secchiate, poi smette. Qui ci starebbe bene una scena come in “cent’anni di solitudine”, dove finalmente, dopo estenuanti trattative, decidono che un certo accordo varrà appena smetterà di piovere. Fine capitolo. “Piovve per sette anni tre mesi due giorni…” eccetera. Per farla breve il daladala ha guadato un certo numero di fiumi di fango prima dell’arrivo. Magdalena era invitata a visitare la casa di una sua collega maestra (lei insegnava in una scuola, che adesso è chiusa per le vacanze) e mi ha invitato ad andare con lei (gli africani non si formalizzano). Anche se sono stato abbastanza in imbarazzo, ne è veramente valsa la pena. Se già sulla strada dove arriva il daladala la gente ti guarda e sorride, un quarto d’ora di cammino dentro al villaggio tutti i bambini (e sono TANTI, questo è un paese FATTO di bambini) ti salutano e gridano “mzungu!” (bianco). Il papà della maestra ci ha accolto e salutato in swahili misto a qualche parola di inglese. Sono seguite ore in cui sono stato abbastanza zitto, intimidito dalla situazione nuova e dalla conoscenza nulla della lingua; i bambini del vicinato, però, che girano liberamente per le case, quando ci hanno visto, erano decisamente più intimoriti.

Alla fine, la maestra ci ha invitato a pranzo e noi abbiamo insistito per aiutarla a cucinare. Prima c’è stato un compromesso del tipo “ok, Magda mi aiuta ma Matino (hanno dei problemi con la R) guarda”, visto che probabilmente non è normale che un uomo cucini; poi però hanno apprezzato il fatto che fossi bravo a stendere la pasta… Così abbiamo imparato a fare i chapati alla maniera tanzana.

CHAPATI
Ingredienti: olio (loro usano quello di girasole), acqua, sale, farina bianca.
Mischiare acqua, olio, farina, fino ad ottenere una pasta di pane piuttosto umida. Stesa la pasta, spennellarla d’olio, tagliarla a listarelle, piegare il lato corto in due e arrotolare il risultato in modo da formare una “girella” delle dimensioni di un paio di noci. Preparare la carbonella (in mancanza, accendere il gas), stendere le noci di pasta col mattarello in modo da ottenere dei dischi tondi del diametro di una spanna. Mettere la piastra a scaldare sulla carbonella, poi cuocere da entrambi i lati; a metà cottura si piega il disco in due e si aggiunge un cucchiaio d’olio sulla piastra, poi si gira, cucchiaio d’olio, gira, cucchiaio d’olio, eccetera finché tutti i lati, che sono quattro perché l’abbiamo piegata in due, sono ben dorati. Il gusto è identico a quello delle piadine.
Qui mettono tutto il cibo pronto in contenitori termici, perché avendo spesso un solo fornello cucinano una cosa alla volta, e il cibo resta bollente per ore.

Poi ci siamo messi a lavare i piatti in cortile, e questo sì che ha causato lo stupore dei vicini! Ad un certo punto un ragazzo ci ha perfino fatto una foto con il cellulare, da quanto la cosa è più unica che rara. Adesso però vado a cena perché mi è venuta fame. Qui fa da mangiare una ragazza e noi tre volontari mangiamo in una casa vicino alla nostra con Lawrence, Joel (il capo dei volontari keniani) e chi altro è di passaggio. Per colazione, palline fritte di pasta di pane oppure di farina di mais, marmellata, té, latte o caffé; per pranzo o cena spaghetti, riso o UGALI (polenta bianca) con un sugo di carne, di verdure, una cosa verde tipo spinaci e frutta, di solito mango (ottimo) o arancia (pessima). Quando torno vi descrivo la casa della maestra e il suo villaggio, o cittadina, o quartiere, se lo consideriamo parte di Dar: è molto importante che vi dica questo, perché c’è il discorso ricchezza-povertà che è tutt’altro che banale.

(Ho mangiato ancora chapati con fagioli: i miei coinquilini riconosceranno un pranzo tipicamente vialindipendenzino) Nei villaggi nessuna strada è asfaltata, le case hanno il pavimento di cemento, i tetti sono sempre di lamiera. Spesso le costruzioni sono di mattoni fatti di cemento (non so come si chiamino) e non dipinte; quando piove le vie diventano dei torrenti di fango. Naturalmente non hanno l’acqua corrente. Noi chiamiamo la gente che vive in un posto del genere povera. Invece non lo sono necessariamente. Il padre della maestra ha un altro figlio che sta per finire medicina all’università, per esempio. La casa era decisamente curata, e grande: un salotto, una cucina e quattro o cinque stanze, più il cortile sul retro e la casa di fronte, che è di una delle figlie. Non parliamo poi dei nostri amici qui nel compound di Uvikiuta: uno mi ha detto di essere stato a Milano l’anno scorso e di voler andare a Roma, e so che è stato di recente in sudamerica. Naturalmente ci saranno anche persone che hanno a malapena i soldi per mangiare, e c’è senz’altro molta disoccupazione. Il discorso che voglio fare è che non avere l’acqua corrente non vuol dire vivere in una condizione priva di dignità. È un posto dove NESSUNO, o quasi, a parte in centro a Dar, ha l’acqua corrente. Peraltro, anche io e gli altri volontari siamo senza. Ma per tutta la vita è diverso? Io lo farei. Voglio dire, ci sono molte ragioni per cui non penso che vorrei passare tutta la vita qui, ma di sicuro l’acqua corrente non è una di quelle.

Il caldo è tremendo, comunque oggi ha piovuto tutto il giorno.

Pole pole

Dunque. Ci sarebbero un sacco di cose da raccontare su questi ultimi (primi) due giorni, ma ho solo mezz’ora di internet a disposizione e per giunta mi stanno aspettando. E la tastiera avrebbe bisogno di una lubrificata, sto scrivendo con gli indici come su una macchina per scrivere.

Il posto dove sto e’ vicino a Dar, ma ci vuole un’ora abbondante di daladala per arrivarci. Trattasi di mezzo di trasporto consistente in un pullmino giapponese (tipo il 2 o il 10 a Pavia) opportunamente modificato per farci stare il triplo della gente. La presenza di stranieri sul mezzo e’ vista con un po’ di sorpresa, anche se meno di quanto avrei pensato. Tutti dicono che sono assurdamente affollati, ma evidentemente non hanno mai preso il 7 per andare in Cravino la mattina.

Per adesso non sto lavorando con gli studenti, che incontrero’ probabilmente lunedi’, ho solo dato una mano a copiare delle cose a computer un pomeriggio e per il resto ho pensato ad ambientarmi. Qui si fa tutto con calma. La prima parola che impari quando arrivi e’ pole pole, piano piano. Non solo la parola, ma anche il concetto. Mai tentare di far fretta ad un africano (a parte nel traffico, ma quello e’ indescrivibile, non ci provo neanche). Comunque, e ne sono molto contento perche’ era la mia principale preoccupazione, l’associazione e’ molto seria. Adesso vivo nel loro compound, perche’ la scuola e’ chiusa per le vacanze, e qualche studente verra’ qui per fare lezione e imparare un po’ di inglese (che peraltro sanno quasi tutti).  E’ stata fondata nell’83 da dei ragazzi giovani; oggi hanno campi coltivati, fanno lezioni extra ai bambini, sono un centro per i giovani, mandano volontari in campi di lavoro, hanno programmi di scambio con Canada, Kenya, Mozambico, Germania.

Qui saranno anche cosiddetti “in via di sviluppo” come economia, ma la gente, almeno quelli che ho conosciuto nell’associazione, ha una mentalita’ non molto diversa, niente shock culturali. Anzi, sono l’unico sfigato che non ha lo smartphone e quindi deve venire in citta’ per usare internet. Pero’ non hanno l’acqua corrente.

Abbiamo molto da imparare quanto a sostenibilita’: pannelli solari, biogas, compost, agricoltura biologica, piantano alberi ecc. ecc.

Ci sono delle scimmie buffissime sulle quali vi diro’ poi. Quando saltano su un tetto di lamiera fanno il rumore di un Boeing in decollo.

Scusate ma non ho molto tempo. Baci a tutti! Se volete sentirmi, email o facebook.

Partenza

Vi scrivo dall’aeroporto del Cairo. Ringraziate gli egiziani, che offrono wi-fi gratis nell’area dei gate, a differenza di quei morti di fame di Malpensa. Prima di partire ho avuto bisogno urgente di internet per questioni di carta di credito ed ero già oltre il controllo passaporti. Ti fanno pagare venti centesimi al minuto con una connessione opportunamente rallentata in modo da farti spendere di più. Una truffa indegna. Comunque. Il volo è stato piacevole; non ne prendevo uno di linea da molti anni e la differenza rispetto ai low cost, anche all’Easyjet che mi piace, è enorme. Sembra di vivere nel lusso solo perché puoi chiedere un bicchiere d’acqua in qualsiasi momento. E naturalmente si vede il film, ti danno il pasto, il cuscino e la coperta eccetera. Un altro mondo.

Ne approfitto per ringraziare tutti per l’incoraggiamento che mi avete dato negli ultimi giorni. Mi hanno scritto amici da tutte le parti per supportarmi anche con parole al di là di quelle di circostanza. Devo dire però che l’incoraggiamento più grande mi è stato dato da un anziano ambulante senegalese che ho incontrato a Milano quando sono andato a fare il visto. Per ragioni ignote mi ha attaccato bottone in francese tentando di vendermi dei libri sull’Africa. Io ho risposto nel mio pessimo francese e questo ovviamente lo ha incoraggiato. Insomma è saltato fuori che stavo per andare in Tanzania e quello nemmeno ci credeva, ho dovuto fargli vedere il passaporto timbrato di fresco. Alla fine glel’ho comprato, il libro, ed era così entusiasta del fatto che andassi ad aiutare dei ragazzini africani che mi ha fatto pure lo sconto e non voleva più lasciarmi andare.

Di fianco a me mentre aspettavo l’imbarco c’era una coppia di signori anziani di Milano. La signora mi vede leggere Internazionale e mi dice subito “ah, anche io ho l’abbonamento, però in PDF, sai, in Africa non è comodo farselo arrivare di carta”. Arzilla, la signora. Il marito non parla quasi per niente ed è visibilmente cieco. Me li ritrovo a lato sull’aereo. Scopro che dagli anni settanta a questa parte vanno tutti gli anni in Kenya a dare una mano in un ambulatorio-deposito di medicinali. Quest’anno ci stanno tre mesi. Ripeto, lui è cieco. Alla faccia dell’arzillità. Anche loro sono un’ispirazione.

Adesso sono in attesa del volo insieme a un altro ragazzo italiano (che sta facendo la settimana enigmistica, anche a me è riuscito l’incrocio obbligato questa settimana) che va a Zanzibar da un amico a costruire un forno per la pizza e aprire una pizzeria. Abitava a Chicago fino a poche settimane fa. Ha abitato in Portogallo due anni, sempre facendo il pizzaiolo perché non ne poteva più di lavorare in banca. Mi ha già detto di essere stato in Birmania, Vietnam, Laos, alle Figi e non so più dove.

Traete voi le conclusioni.