Dar Es Salaam

Non ho ancora preso qualche momento per descrivervi come sia questo posto. Non voglio parlare tanto del compound dell’Uvikiuta, che comunque e’ un luogo chiuso e privilegiato, ma dei paesi intorno. Quando sono arrivato, dopo dieci minuti di panico perche’ non era comparso nessuno a prendermi, il tassista e’ finalmente arrivato e mi ha condotto verso Chamazi dall’aeroporto. Erano le sei del mattino, ma il sole e’ gia’ abbastanza alto e, soprattutto, il traffico gia’ piu’ che intenso. Si guida a sinistra, il che e’ di per se abbastanza spaventoso; ma le strade sono pessime: immaginate una citta’ piu’ grande di Milano priva di metropolitana, priva di qualsivoglia tipo di treno, priva di tangenziali, priva di strade veloci in ingresso e in uscita dal centro. Nelle ore di punta si creano ingorghi che impiegano ore a risolversi. Il trasporto pubblico, se si puo’ definire pubblico, funziona comunque bene: ci sono centinaia di daladala, forse un automezzo su due e’ un daladala. Tanto che se voglio andare a Mbagala, dove sono adesso all’internet cafe’, l’attesa media e’ di trenta-quaranta secondi! Giuro! Il primo impatto con la periferia di Dar l’ho avuto venendo dall’aeroporto e mi si ripresenta ogni volta che mi sposto da Chamazi: le strade sono sempre piene di uomini e donne che si spostano (non si sa per andare dove) e di negozi incredibili. I piu’ comuni sono:

1. Il venditore di bibite. Sono sempre ghiacciate, non si sa bene come.

2. Il venditore di ricariche del telefonino. Questo e’ il piu’ comune di tutti. Qui a Mbagala ce n’e’ uno ogni due metri! Le uniche grandi marche che riescono a raggiungere ogni angolo e ogni villaggio e a essere presenti su tutte le insegne sono quelle di Vodacom, Tigo e Airtel.

3. L’artigiano del legno, in venditore di letti e di materassi. La quantita’ di materassi che si vedono in vendita per le strade e’ – per ragioni ignote – sproporzionatamente elevata.

4. Il venditore di mango: qui i manghi crescono in abbondanza sugli alberi, basta raccoglierli e venderli. Ci sono anche i venditori di arance e quelli di ananas. Le arance vengono spellate, lasciando pero’ il bianco, e vendute cosi’, gli ananas sbucciati e affettati. I manghi e l’ananas sono meravigliosamente buoni, le arance sono pessime rispetto alle nostre.

Seguono: Il venditore di patatine fritte, pollo e simili; il parrucchiere, il negozio di pezzi di ricambio per moto, le chiese e molto altro. Ogni tanto ci sono stazioni dei daladala, o piccoli assembramenti di pikipiki (dette anche bodaboda) cioe’ motociclette usate per portare in giro chi abbia troppa fretta per usare un daladala: queste infatti schizzano nel traffico zigzagando. Il casco non e’ contemplato quasi in nessun caso, e spesso possono esserci due passeggeri oltre al conducente. Il mezzo e’ universalmente considerato pericoloso, anche dai tanzani stessi. Dimenticavo, un’altra visione comune e’ il venditore di uova. C’e’ quello che vende uova fresche: va in giro in bicicletta con, sul portapacchi posteriore, pigne alte fino a un metro di uova inframmezzate da portauova di cartone. C’e’ anche l’ambulante che le vende cotte e salate ai passanti, in particolare a chi aspetta che il daladala parta. Insieme a questi ultimi c’e’ chi vende l’acqua e i succhi in bottiglia, l’acqua di rubinetto fredda in bustine di plastica annodate, le sigarette. Tutti loro richiamano l’attenzione dei passanti facendo tintinnare le monete che hanno in mano in un modo caratteristico, oppure facendo un verso con la bocca, una specie di risucchio.

Tutti questi sono stipati uno accanto all’altro, interminabilmente, per chilometri di strade, tanto che quando venivo dall’aeroporto avevo continuamente la sensazione di stare passando nello stesso posto di prima.

Oggi sono a Mbagala, a mezz’ora di daladala dall’Uvikiuta, a usare internet e penso che mi fermero’ a mangiare.

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Venerdi 20

Volevo aggiornarvi sull’andamento delle mie lezioni, visto che diversi mi hanno chiesto.

Alla mattina ho adesso circa sei studenti a cui faccio una sorta di ripetizioni. Ognuno porta i propri esercizi e li fa con il mio aiuto; se necessario spiego qualche argomento. Il più grande, poi, mi chiede di spiegargli parti di fisica che non ha ancora fatto a scuola, quindi gli sto facendo un mini corso di termodinamica. Per lo più, ora che sono un paio di settimane che ci conosciamo, riusciamo a capirci e abbiamo trovato un certo equilibrio. Fanno tutti argomenti diversi, quindi io passo un po’ dall’uno all’altro. Sono tra i dodici e i diciotto anni; paradossalmente, il diciottenne è quello con cui faccio decisamente più fatica. Ha dei problemi con l’inglese, a volte dico una cosa e vedo che sul quaderno scrive tutto il contrario. Per esempio: “le sostanze sono di tre tipi: solidi, liquidi e gas”. Lui scrive: “i gas sono di tre tipi, gas solidi, gas liquidi, gas veri e propri”. La fantasia galoppa.

Con gli altri a volte è un po’ dura, ma nello stesso senso in cui lo sarebbe fare ripetizioni a dei ragazzini italiani: agghiaccianti operazioni come (x–3)/x =(semplifico la x) 1–3 = –2 e simili. Ordinaria amministrazione. Il problema è che quello che fa questo tipo di errori sta studiando anche i logaritmi, ed è più bravo a fare questi ultimi (sebbene si lasci andare alla creatività, ogni tanto, anche qui). La ragazzina più giovane è la più intelligente, nel senso che quando le viene spiegato un concetto riesce ad applicarlo immediatamente. Poi ce n’è un’altra di cui non capisco se è terribilmente timida o non sa l’inglese: parla solo se è obbligata e dice solo una parola alla volta, ad un volume appena superiore alla soglia di udibilità. Quando spiego termodinamica al più grande, però, prende appunti in inglese già alla prima delle dieci ripetizioni che servono a lui, e risolve gli esercizi nella metà del suo tempo.

Questi quattro sono quelli che ci sono dall’inizio, poi ogni tanto compare qualcun altro. L’impressione generale è che se la cavino tutto sommato bene, ma allo stesso tempo ci si rende conto rapidamente che il sistema scolastico tanzano è un vero e proprio colabrodo. Adesso non ho il tempo di dilungarmi sull’argomento.

Al pomeriggio vengono sempre qui dei pestiferi bambinetti nella vana speranza di imparare un po’ di inglese. Di fatto queste orette pomeridiane sono frustranti e stancanti. Non so cosa fargli fare, non è il mio lavoro e non sono capace di relazionarmi, oltre al fatto che non ci capiamo perché loro parlano inglese più o meno quanto io parlo swahili. Settimana prossima spero che se li cucchino i canadesi.

Oggi, dopo pranzo, sono andato a piedi a Mbande, il paese più vicino, dove non ero ancora stato. Camminare sotto il sole forse non è stata una grande idea, ho rischiato la pelle o quasi, comunque sono arrivato sano e salvo e mi sono bevuto una coca-cola di produzione locale ben fresca (l’elettricità è usata quasi esclusivamente per i frigoriferi). Ho fatto un giretto in paese, sempre in un certo imbarazzo, visto che attraggo gli sguardi di tutti, poi ho preso un daladala e in meno di cinque minuti ero a casa, tanto che mi sono chiesto se non fosse stato un po’ ridicolo averlo usato. Comunque, ho intenzione di tornarci presto, visto che ci vuole poco; magari, la prossima volta, in quell’ora libera in cui non so mai cosa fare, tra le sei e le sette. Il problema è che alle sei c’è ancora il sole sopra l’orizzonte, alle sette è buio completo, perché il sole scende perpendicolarmente all’orizzonte, quindi il tramonto dura non più di mezz’ora.