Orientation

Visto che sono in vena di scrivere vi racconto anche le giornate passate. Quella di ieri merita un post a parte (solo, sappiate che l’ho scritto oggi anche se farò finta di averlo scritto ieri). Per i giorni precedenti non mi dilungo. Venerdì mattina mi hanno fatto “orientation”: il mio responsabile, che è un simpatico ragazzo di nome Lawrence (anche se potrebbe essere scritto in un altro modo, visto che qui “dicembre” si scrive Desemba) mi ha raccontato vita morte e miracoli dell’associazione a cui apparteniamo. Devo dire che sono rimasto davvero favorevolmente impressionato. La cosa veramente bella è che non sono solo una associazione cosiddetta “benefica” che accoglie pietosi stranieri che fanno volontariato: è un’associazione di volontariato locale. Si occupa (anche) di volontari tanzani che lavorano in comunità tanzane, e finanzia le sue attività con i volontari internazionali e con la vendita di frutta prodotta nei suoi terreni. È stata fondata nel 1983 da un gruppo di ragazzi sotto i vent’anni (qui non è come da noi, che fino a venti sei un bambino) che cercavano un posto dove poter fare qualcosa insieme, adesso non ricordo bene, e hanno trovato questi terreni (assai vasti, un tempo qui non c’era nulla) grazie ai contatti con il (primo) presidente della Repubblica Unita di Tanzania Julius K. Nyerere (che qui venerano tutti, anche se non doveva essere proprio un santarellino). La cosa è cresciuta ed oggi danno lavoro ad un sacco di persone, alcune delle quali vivono anche qui. In più sono un centro di aggregazione per i ragazzi che vogliono venire qui a studiare, affittano una sala per incontri, conferenze o proiezioni; stanno costruendo una palestra e hanno ancora i campi (alberi di mango, soprattutto, ed è stagione di raccolta). Un tempo avevano le vacche e producevano biogas. Hanno un orto botanico sparso per tutto il compound. Fanno crescere alberi in sacchetti e poi li piantano nelle scuole o li regalano. E hanno un sacco di spazio per crescere ancora.

Insomma fanno un gran, gran lavoro. La parte che conosco meglio è quella del volontariato naturalmente. Oltre al medio termine, cioè quelli come me, fanno workcamp per chi vuole venire due-tre settimane, e questi vengono mandati in molti posti diversi della Tanzania con cui hanno sviluppato contatti e progetti negli anni, per esempio nella comunità Masai. Ma soprattutto, molti volontari vengono da scambi importanti, come quello trilaterale con Canada e Kenya. Ora ci sono qui una ventina di keniani, che se ne vanno giovedì, sostituiti da altri venti. Insieme a questi arriveranno venti canadesi. Sia i tanzani che i keniani andranno o sono andati in Canada (a patire il freddo, immagino). In tutto questo il punto fondamentale non è tanto l’impatto che il lavoro del volontario ha sulla comunità locale, ma proprio il fatto che chi fa volontariato “sud-sud” è normalmente un ragazzo/a che ha finito gli studi e rischia la disoccupazione: il volontariato serve a fargli acquisire delle competenze e a schiarirgli le idee, e in questo senso sono davvero bravi. Quest’anno è venuto in visita e a inaugurare nuovi edifici anche l’attuale presidente della Repubblica.

Riassumendo. Il responsabile della mia associazione italiana mi aveva messo in guardia sul fatto che a volte le organizzazioni ospitanti sono più interessate ai soldi che al lavoro del volontario. Sarà anche vero che non mi hanno per niente ammazzato di lavoro, ma di sicuro vale la pena di fare scambi con Uvikiuta. Quando mi parlavano del volontariato locale, facevano gli stessi discorsi che a Roma hanno fatto a me, che lo sviluppo della comunità locale si realizza non con i soldi, ma con la formazione dei giovani. Che le comunità locali devono imparare a gestire le risorse. Sono assolutamente consapevoli di questi aspetti. Considerato che ero abbastanza preoccupato di finire in una associazione valida e che i miei soldi finissero in buone mani direi che è un successo.

Aggiungo che l’altro giorno stavo tornando da questa mattinata di orientamento e ho visto la bandiera tanzana a mezz’asta. Ho chiesto a Lawrence e mi ha detto che era morto Mandela: l’ho saputo in quel momento, non avendo avuto accesso a internet il giorno prima. Tutti gli africani sono in lutto sincero, tutti i giornali hanno avuto per due giorni la sua foto in prima pagina

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Domenica 8 dicembre

Non avendo nulla da fare, oggi volevo andare a fare un salto a Mbagala, dove ci dovrebbe essere un centro internet. La tedesca mi ha detto che sarebbe andata a sua volta, quindi abbiamo preso il daladala insieme. Pioveva a dirotto, ma non ci siamo preoccupati perché normalmente vengono giù grandi secchiate, poi smette. Qui ci starebbe bene una scena come in “cent’anni di solitudine”, dove finalmente, dopo estenuanti trattative, decidono che un certo accordo varrà appena smetterà di piovere. Fine capitolo. “Piovve per sette anni tre mesi due giorni…” eccetera. Per farla breve il daladala ha guadato un certo numero di fiumi di fango prima dell’arrivo. Magdalena era invitata a visitare la casa di una sua collega maestra (lei insegnava in una scuola, che adesso è chiusa per le vacanze) e mi ha invitato ad andare con lei (gli africani non si formalizzano). Anche se sono stato abbastanza in imbarazzo, ne è veramente valsa la pena. Se già sulla strada dove arriva il daladala la gente ti guarda e sorride, un quarto d’ora di cammino dentro al villaggio tutti i bambini (e sono TANTI, questo è un paese FATTO di bambini) ti salutano e gridano “mzungu!” (bianco). Il papà della maestra ci ha accolto e salutato in swahili misto a qualche parola di inglese. Sono seguite ore in cui sono stato abbastanza zitto, intimidito dalla situazione nuova e dalla conoscenza nulla della lingua; i bambini del vicinato, però, che girano liberamente per le case, quando ci hanno visto, erano decisamente più intimoriti.

Alla fine, la maestra ci ha invitato a pranzo e noi abbiamo insistito per aiutarla a cucinare. Prima c’è stato un compromesso del tipo “ok, Magda mi aiuta ma Matino (hanno dei problemi con la R) guarda”, visto che probabilmente non è normale che un uomo cucini; poi però hanno apprezzato il fatto che fossi bravo a stendere la pasta… Così abbiamo imparato a fare i chapati alla maniera tanzana.

CHAPATI
Ingredienti: olio (loro usano quello di girasole), acqua, sale, farina bianca.
Mischiare acqua, olio, farina, fino ad ottenere una pasta di pane piuttosto umida. Stesa la pasta, spennellarla d’olio, tagliarla a listarelle, piegare il lato corto in due e arrotolare il risultato in modo da formare una “girella” delle dimensioni di un paio di noci. Preparare la carbonella (in mancanza, accendere il gas), stendere le noci di pasta col mattarello in modo da ottenere dei dischi tondi del diametro di una spanna. Mettere la piastra a scaldare sulla carbonella, poi cuocere da entrambi i lati; a metà cottura si piega il disco in due e si aggiunge un cucchiaio d’olio sulla piastra, poi si gira, cucchiaio d’olio, gira, cucchiaio d’olio, eccetera finché tutti i lati, che sono quattro perché l’abbiamo piegata in due, sono ben dorati. Il gusto è identico a quello delle piadine.
Qui mettono tutto il cibo pronto in contenitori termici, perché avendo spesso un solo fornello cucinano una cosa alla volta, e il cibo resta bollente per ore.

Poi ci siamo messi a lavare i piatti in cortile, e questo sì che ha causato lo stupore dei vicini! Ad un certo punto un ragazzo ci ha perfino fatto una foto con il cellulare, da quanto la cosa è più unica che rara. Adesso però vado a cena perché mi è venuta fame. Qui fa da mangiare una ragazza e noi tre volontari mangiamo in una casa vicino alla nostra con Lawrence, Joel (il capo dei volontari keniani) e chi altro è di passaggio. Per colazione, palline fritte di pasta di pane oppure di farina di mais, marmellata, té, latte o caffé; per pranzo o cena spaghetti, riso o UGALI (polenta bianca) con un sugo di carne, di verdure, una cosa verde tipo spinaci e frutta, di solito mango (ottimo) o arancia (pessima). Quando torno vi descrivo la casa della maestra e il suo villaggio, o cittadina, o quartiere, se lo consideriamo parte di Dar: è molto importante che vi dica questo, perché c’è il discorso ricchezza-povertà che è tutt’altro che banale.

(Ho mangiato ancora chapati con fagioli: i miei coinquilini riconosceranno un pranzo tipicamente vialindipendenzino) Nei villaggi nessuna strada è asfaltata, le case hanno il pavimento di cemento, i tetti sono sempre di lamiera. Spesso le costruzioni sono di mattoni fatti di cemento (non so come si chiamino) e non dipinte; quando piove le vie diventano dei torrenti di fango. Naturalmente non hanno l’acqua corrente. Noi chiamiamo la gente che vive in un posto del genere povera. Invece non lo sono necessariamente. Il padre della maestra ha un altro figlio che sta per finire medicina all’università, per esempio. La casa era decisamente curata, e grande: un salotto, una cucina e quattro o cinque stanze, più il cortile sul retro e la casa di fronte, che è di una delle figlie. Non parliamo poi dei nostri amici qui nel compound di Uvikiuta: uno mi ha detto di essere stato a Milano l’anno scorso e di voler andare a Roma, e so che è stato di recente in sudamerica. Naturalmente ci saranno anche persone che hanno a malapena i soldi per mangiare, e c’è senz’altro molta disoccupazione. Il discorso che voglio fare è che non avere l’acqua corrente non vuol dire vivere in una condizione priva di dignità. È un posto dove NESSUNO, o quasi, a parte in centro a Dar, ha l’acqua corrente. Peraltro, anche io e gli altri volontari siamo senza. Ma per tutta la vita è diverso? Io lo farei. Voglio dire, ci sono molte ragioni per cui non penso che vorrei passare tutta la vita qui, ma di sicuro l’acqua corrente non è una di quelle.

Il caldo è tremendo, comunque oggi ha piovuto tutto il giorno.

Pole pole

Dunque. Ci sarebbero un sacco di cose da raccontare su questi ultimi (primi) due giorni, ma ho solo mezz’ora di internet a disposizione e per giunta mi stanno aspettando. E la tastiera avrebbe bisogno di una lubrificata, sto scrivendo con gli indici come su una macchina per scrivere.

Il posto dove sto e’ vicino a Dar, ma ci vuole un’ora abbondante di daladala per arrivarci. Trattasi di mezzo di trasporto consistente in un pullmino giapponese (tipo il 2 o il 10 a Pavia) opportunamente modificato per farci stare il triplo della gente. La presenza di stranieri sul mezzo e’ vista con un po’ di sorpresa, anche se meno di quanto avrei pensato. Tutti dicono che sono assurdamente affollati, ma evidentemente non hanno mai preso il 7 per andare in Cravino la mattina.

Per adesso non sto lavorando con gli studenti, che incontrero’ probabilmente lunedi’, ho solo dato una mano a copiare delle cose a computer un pomeriggio e per il resto ho pensato ad ambientarmi. Qui si fa tutto con calma. La prima parola che impari quando arrivi e’ pole pole, piano piano. Non solo la parola, ma anche il concetto. Mai tentare di far fretta ad un africano (a parte nel traffico, ma quello e’ indescrivibile, non ci provo neanche). Comunque, e ne sono molto contento perche’ era la mia principale preoccupazione, l’associazione e’ molto seria. Adesso vivo nel loro compound, perche’ la scuola e’ chiusa per le vacanze, e qualche studente verra’ qui per fare lezione e imparare un po’ di inglese (che peraltro sanno quasi tutti).  E’ stata fondata nell’83 da dei ragazzi giovani; oggi hanno campi coltivati, fanno lezioni extra ai bambini, sono un centro per i giovani, mandano volontari in campi di lavoro, hanno programmi di scambio con Canada, Kenya, Mozambico, Germania.

Qui saranno anche cosiddetti “in via di sviluppo” come economia, ma la gente, almeno quelli che ho conosciuto nell’associazione, ha una mentalita’ non molto diversa, niente shock culturali. Anzi, sono l’unico sfigato che non ha lo smartphone e quindi deve venire in citta’ per usare internet. Pero’ non hanno l’acqua corrente.

Abbiamo molto da imparare quanto a sostenibilita’: pannelli solari, biogas, compost, agricoltura biologica, piantano alberi ecc. ecc.

Ci sono delle scimmie buffissime sulle quali vi diro’ poi. Quando saltano su un tetto di lamiera fanno il rumore di un Boeing in decollo.

Scusate ma non ho molto tempo. Baci a tutti! Se volete sentirmi, email o facebook.

Partenza

Vi scrivo dall’aeroporto del Cairo. Ringraziate gli egiziani, che offrono wi-fi gratis nell’area dei gate, a differenza di quei morti di fame di Malpensa. Prima di partire ho avuto bisogno urgente di internet per questioni di carta di credito ed ero già oltre il controllo passaporti. Ti fanno pagare venti centesimi al minuto con una connessione opportunamente rallentata in modo da farti spendere di più. Una truffa indegna. Comunque. Il volo è stato piacevole; non ne prendevo uno di linea da molti anni e la differenza rispetto ai low cost, anche all’Easyjet che mi piace, è enorme. Sembra di vivere nel lusso solo perché puoi chiedere un bicchiere d’acqua in qualsiasi momento. E naturalmente si vede il film, ti danno il pasto, il cuscino e la coperta eccetera. Un altro mondo.

Ne approfitto per ringraziare tutti per l’incoraggiamento che mi avete dato negli ultimi giorni. Mi hanno scritto amici da tutte le parti per supportarmi anche con parole al di là di quelle di circostanza. Devo dire però che l’incoraggiamento più grande mi è stato dato da un anziano ambulante senegalese che ho incontrato a Milano quando sono andato a fare il visto. Per ragioni ignote mi ha attaccato bottone in francese tentando di vendermi dei libri sull’Africa. Io ho risposto nel mio pessimo francese e questo ovviamente lo ha incoraggiato. Insomma è saltato fuori che stavo per andare in Tanzania e quello nemmeno ci credeva, ho dovuto fargli vedere il passaporto timbrato di fresco. Alla fine glel’ho comprato, il libro, ed era così entusiasta del fatto che andassi ad aiutare dei ragazzini africani che mi ha fatto pure lo sconto e non voleva più lasciarmi andare.

Di fianco a me mentre aspettavo l’imbarco c’era una coppia di signori anziani di Milano. La signora mi vede leggere Internazionale e mi dice subito “ah, anche io ho l’abbonamento, però in PDF, sai, in Africa non è comodo farselo arrivare di carta”. Arzilla, la signora. Il marito non parla quasi per niente ed è visibilmente cieco. Me li ritrovo a lato sull’aereo. Scopro che dagli anni settanta a questa parte vanno tutti gli anni in Kenya a dare una mano in un ambulatorio-deposito di medicinali. Quest’anno ci stanno tre mesi. Ripeto, lui è cieco. Alla faccia dell’arzillità. Anche loro sono un’ispirazione.

Adesso sono in attesa del volo insieme a un altro ragazzo italiano (che sta facendo la settimana enigmistica, anche a me è riuscito l’incrocio obbligato questa settimana) che va a Zanzibar da un amico a costruire un forno per la pizza e aprire una pizzeria. Abitava a Chicago fino a poche settimane fa. Ha abitato in Portogallo due anni, sempre facendo il pizzaiolo perché non ne poteva più di lavorare in banca. Mi ha già detto di essere stato in Birmania, Vietnam, Laos, alle Figi e non so più dove.

Traete voi le conclusioni.

Vado tre mesi in Tanzania!

Come sopra. È ufficiale.

Diciamo che la cosa era organizzantesi da mesi, poi con la storia della laurea l’entusiasmo è un po’ scemato e ho cercato di dimenticarmene. Poi mi mandano una mail dall’associazione di Roma dicendo sostanzialmente ahò, ma non dovevi partire a fine mese? Panico. Non mi avevano ancora detto niente di definitivo, almeno da quello che avevo capito io. Mi sembrava che la cosa si fosse allontanata e invece no.

Quindi nel giro di dieci giorni ho comprato il volo (Egyptair, in proporzione alla distanza mi è costato meno che un Ryanair, visto che nessuno vuole fare scalo al Cairo di questi tempi, e in più mi fanno portare due bagagli da ventitré chili l’uno e il pasto a bordo); ho fatto due vaccinazioni e parlato con ventordici medici per saperne di più su altre due (ognuno mi ha detto una cosa diversa, ovviamente). Come se non bastasse avevo prenotato per andare in Spagna quattro giorni (vi scrivo da Granada) e a seguire vado a Roma a vedere la laurea di Alessandro, nonché a parlare con l’associazione che mi manda.

“Mi mandano” o meglio, ho chiesto io (e pago) in un sobborgo di Dar Es Salaam a insegnare matematica e scienze in una scuola. Potete leggere il blog (in spagnolo, non ditemi che non lo capite) di un ragazzo che ha fatto la stessa esperienza. Pare che l’insegnamento in sé sia una causa un po’ persa, ma l’esperienza valga la pena. Vi farò sapere come me la cavo. Non sono sicuro di essere all’altezza, comunque qualcosa mi faranno fare, no?

Adesso si tratta di fare la valigia, che non è un’impresa semplice considerato che vado in un posto dove non c’è acqua corrente e l’elettricità è un’incognita. Comunque ho già appurato che ci sarà modo di tenerci in contatto con il telefono (e twitter forse, ci sto lavorando); internet sarà più scomodo ma confido di poter pubblicare un post e qualche foto ogni tanto. A presto.

I neuroni secondo i matematici

Questo mese mi concedo generosamente ai pochi che mi leggono (i cosiddetti “venticinque lettori”, ma è brutto da dire, ché Manzoni, quando parlava dei Venticinque intendeva Milioni e faceva il Brillante, mentre io non voglio) e secerno un post che rispetta il vero tema del Carnevale della Matematica prossimo venturo, cioè la matematica e gli organismi viventi. Caso vuole che io abbia scritto la mia tesi triennale su una cosa chiamata reti neurali artificiali, che se la riguardo adesso, era sullo 0.01% di quello che si può dire sulle suddette, e anche la parte meno interessante, ma è stato bello e istruttivo farla, comunque.

Insomma, volevo farvi vedere il modello matematico di un neurone, il più semplice di tutti nonché il primo (che io sappia), che è stato inventato da McCulloch e Pitts as early as 1943. Un neurone è fatto così:

Neurone al microscopio

Neurone al microscopio elettronico. (microscopy.ucsd.edu)

i rametti tutto intorno, che si chiamano dendriti, raccolgono i segnali elettrici da altri neuroni. Lo stato del neurone è rappresentato dalla differenza di potenziale che c’è attraverso la sua membrana cellulare, cioè tra il corpo della cellula (soma) e l’esterno. Quando questa raggiunge una certa soglia, il neurone scarica di botto una corrente attraverso il dendrite, cioè quella coda più grossa che va verso il basso nell’immagine.

Il matematico descrive il neurone così:

percettrone

tutti i potenziali in ingresso \mathbf{x} vengono pesati su dei parametri \mathbf{w} e sommati tra loro e ad un valore di partenza \theta. Il neurone scarica al raggiungimento di una certa soglia: quindi in modo non lineare. La funzione \phi tiene conto di questo, basta scegliere una funzione a gradino o una sigmoide. In uscita dal neurone c’è un segnale elettrico

\phi(\mathbf{x}\cdot\mathbf{w}+\theta)

A cosa serve tutto questo? A due cose bellissime.

La prima è farsi un’idea di come funziona il cervello. Questo modello non basta assolutamente a descrivere cosa succede lì dentro, ma non è così lontano dalla realtà (in effetti, è direttamente ispirato alla realtà…). Suggerisce perlomeno che l’informazione deve essere principalmente nascosta in due posti: la struttura della rete (a quali altri è collegato ogni neurone?) e i valori di tutti i pesi delle connessioni tra un neurone e l’altro e delle costanti iniziali \theta di ogni neurone. È stato abbastanza per produrre simulazioni interessantissime, le più semplici delle quali si possono fare su un PC in poche ore, ma che arrivano a richiedere supercomputer ad hoc.

La seconda è costruire piccoli cervellini per pensare al posto nostro. Le reti neurali artificiali sono uno strumento di calcolo. Per esempio, reti già semplicissime (meno di dieci neuroni) riescono a fare il fit di dati sperimentali, cioè a intuire come dovrebbe essere fituna funzione dati alcuni punti estratti da essa. È un comportamento “intelligente”, perché non c’è una vera risposta (o meglio, ce ne sono infinite), dal punto di vista matematico, a questo problema, ma l’occhio umano intuisce quali sono risultati migliori e quali peggiori. Nella figura a fianco, presa dalla mia vecchia tesi, ci sono dati del satellite COBE sullo spettro di corpo nero, con le loro incertezze. La curva è il comportamento “imparato” dalla rete neurale a cui era stato fatto osservare un insieme (diverso) di dati dello stesso satellite, in modo da aggiustare i pesi fino a che non ri ottenevano risultati accettabili. C’azzecca, eh.

Nel campo delle reti neurali, fisici e matematici lavorano da anni, per due ragioni: il fatto che servano a fare conti come questi, che è stato sfruttato per esempio per produrre una libreria di distribuzioni partoniche (sono funzioni che descrivono la densità dei quark e gluoni dentro ad un adrone) a partire dai dati di LHC; e poi perché sono un soggetto di studio interessante per la matematica non lineare e per la fisica dei sistemi complessi e la meccanica statistica.

Edit (8 nov): Anche se ho specificato che questo modello è molto basilare e ormai vecchio, mi sento in dovere, anche in seguito a una conversazione con un amico, che oggi si ritiene insufficiente per il primo scopo, cioè la simulazione del cervello. Le simulazioni che si fanno ora fanno uso di modelli realistici, che possono scendere nei dettagli fino allo scambio di cariche nei singoli canali ionici. Chiaramente la potenza computazionale richiesta è decisamente maggiore: si può simulare un neurone, ma fare una rete di migliaia di cellule è dura. Per questo sono in via di costruzione supercomputer dedicati allo Human Brain Project, un progetto che comprende la simulazione, l’analisi teorica, l’applicazione robotica, lo studio fisiologico del cervello sia umano che dei topi, e chi più ne ha più ne metta. Comprenderà anche un team dedicato allo studio di dispositivi di calcolo che emulano il neurone già a livello hardware (neuromorphic computing). È un progetto enorme finanziato dall’UE e dalle decine di università partecipanti per un totale di 1.2 miliardi di euro (!) in dieci anni. Ambizioso. Ma non mi viene in mente niente di più importante, interessante e meritevole del cervello umano.

Altri blog (in italiano)

Continuo il post di settimana scorsa, in cui parlavo di blog scientifici che mi interessano e seguo abitualmente. Oggi ve ne scrivo qualcuno italiano.

Borborigmi di un fisico renitente di Marco Delmastro

È il must tra i blog di fisica italiani. Delmastro è un fisico del CERN e abita in Francia; ci sono molti articoli interessanti sulla fisica delle particelle e su tutto quello che fanno al CERN, per esempio sul bosone di Higgs (che sembra interessare a molta gente…). Alcuni di questi sono “spiegati al suo cane” cioè for dummies. Oltre a questi, ce ne sono molti sul lavoro del fisico e su come sia la vita al centro di ricerca più grande d’Europa (almeno credo). Inutile mettere link, visto che lui stesso ha scritto una pagina con gli articoli che considera più belli e il punto di partenza per chi vuole leggere il suo blog. Vale assolutamente la pena. Vi segnalo infine il suo TEDx talk sul modello standard, che lo spiega in modo assolutamente elementare e simpatico con pezzetti di lego (di cui è evidentemente un appassionato).

Scienza in cucina di Dario Bressanini

Bressanini scrive anche una rubrica mensile su le Scienze (che, per inciso, è la miglior rivista scientifica italiana, forse l’unica, almeno tra quelle che conosco) in cui, da ricercatore chimico, spiega cosa succede nel cibo quando viene cucinato, o racconta la storia di un ingrediente o di un additivo. Talvolta, nel blog, spiega ricette “scientifiche”, in cui cerca le ragioni per cui un certo piatto vada preparato a una certa temperatura, o quale sia la percentuale esatta di acqua o grasso che va aggiunta per farlo venire perfetto. Qualche volta anche misurando sperimentalmente. Questo lo porta anche a sconfessare certi “rimedi della nonna” che magari avete sempre creduto veri.
Bressanini ci tiene molto a mostrare l’insensatezza della distinzione tra “naturale” e “artificiale”: è indispensabile valutare l’efficacia e eventualmente la dannosità di una sostanza in modo razionale e scientifico, senza lasciarsi trascinare da pregiudizi e bigottismi culinari. Questo lo ha portato anche a scrivere due libri, uno dei quali sul problema degli OGM. Sul blog non solo dice la sua, ma mostra anche dei dati oggettivi per sconfessare certe (tante!) falsità che vengono dette su un argomento che interessa tutti (lo sapevate che il Kamut è marchio registrato?).
Non usa solo la sua esperienza di chimico: a volte parla da scienziato in generale, cioè da persona che crede nell’applicazione del metodo sperimentale. Un blog eccellente e che dovrebbero e potrebbero leggere tutti. Purtroppo viene aggiornato abbastanza di rado.

Gli studenti di oggi di Roberto Zanasi

Zanasi è un professore di matematica in una scuola superiore. Lo leggo perché mi piacciono le storie sulla scuola (lo sapete che sono segretamente attratto dall’insegnamento): qui si trovano aneddoti e racconti interessanti (nel senso che fanno pensare alla condizione della nostra scuola superiore, e in particolare all’insegnamento della matematica, che ho sempre trovato assurdo) e anche episodi divertenti sul rapporto studente-prof. Spesso però scrive lunghi post, sempre alla portata di studente di liceo, su argomenti di matematica. Uno molto bello è quello in cui spiega come funziona il GPS dal punto di vista della relatività generale (è molto chiaro). Poi c’è una serie, ma questa l’apprezzeranno in pochi, sul come costruire gli insiemi numerici a partire da pochi assiomi. Serve un uso massiccio di relazioni di equivalenza, definizioni apparentemente arbitrarie e quoziente tra insiemi. Ma parte dagli assiomi di Peano e arriva ai complessi (agli iperreali, addirittura, mi sembra). Questo blog è senz’altro meno conosciuto, ma vale la pena; Zanasi è anche un partecipante usuale del Carnevale della Matematica.

Rudi mathematici del trio di pseudonimi Piotr Silverbrahms, Rudy D’Alembert e Alice Riddle

Ancora una volta concludo con il più celebre: anche loro scrivono su le Scienze, anche se la loro rubrica deve suonare un po’ stramba a chi la legge per la prima volta. Il loro non è neanche un blog, ma una  vera rivista in PDF che segue una struttura mensile codificata: il “compleanno” una lunga e spesso divertente biografia di un matematico (a volte si intuisce chi sia solo a metà del testo), poi un paio di enigmi da risolvere e le soluzioni di quelli del mese precedente. Altri giochetti, e si conclude con un articolo divulgativo più “serio”. Comunque, i tre Rudi sono sempre arguti e spiritosi, è un piacere leggerli. Hanno anche un blog vero con cui partecipano al Carnevale della Matematica (e che contiene un elenco completo di tutti i carnevali). C’è anche il loro calendario, in cui al posto dei santi ci sono matematici nati e morti in quel giorno. Perfetto per i migliori nerd. Custodisco gelosamente una loro mail di auguri per la mia laurea.

Ce ne sono altri ma ho deciso di limitarmi a quattro per fare il pari con quelli in inglese. Non si offendano gli autori degli altri…

Blog che seguo

Bentornati dopo i soliti mill’anni! Per fare un post a costo zero ho pensato di scrivervi brevemente quali blog ci sono nel mio lettore di feed con una piccola recensione. Comincio senza chiacchere, in ordine alfabetico:

Azimuth di John Baez (no, non è la celebre cantante folk)

John Baez è un matematico purissimo, professore dell’Università della California a Riverside, noto anche per il suo sito, aggiornato fino al 2010, che si chiama This week’s findings in mathematical physics in cui – bè, è evidente cosa diceva. Nei findings si trovano molte cose davvero interessanti di ogni campo della fisica matematica, e tra l’altro anche delle curiosità sulla bellezza nascosta nella matematica anche astratta. Ci sono consigli per futuri fisici e matematici e molto altro.
Attualmente Baez si occupa, sempre dal suo punto di vista teorico, di matematica per il pianeta Terra, in seguito ad un’illuminazione sul ruolo dei matematici, fisici e ingegneri nel futuro del nostro pianeta. Nel suo blog attuale Azimuth parla di reti di reazioni, sistemi complessi, energie rinnovabili, cambiamento climatico ma pubblica anche gli appunti dei suoi corsi, uno in particolare sulla teoria dei giochi (for dummies). Al blog partecipa un’infinità di autori che fanno parte del progetto omonimo.

Backreaction di Sabine Hossenfelder e Stefan Scherer

Sabine è assistant professor di fisica delle alte energie al Northern Institute for Theoretical Physics di Stoccolma; il marito Stefan ha a sua volta una formazione da fisico.
Non sono un appassionato di alte energie, e non capisco niente di quantum gravity, altro argomento che ogni tanto tocca; però Sabine scrive bene e si fa amare per dei post molto intelligenti sul ruolo del fisico e la sua visione della scienza e della ricerca. Sono assolutamente da leggere il post intitolato la scienza dovrebbe essere più simile alla religione, quello sul libero arbitrio, e uno sui limiti della scienza. Ce ne sono anche di interessanti sulla correlazione tra ricerca e consumo di caffè nei vari paesi, sul cosa significhi essere diversi e uno che mi piace particolarmente (e questa è fisica) in cui spiega un metodo per scoprire pianeti extrasolari.Sabine è proprio brava. Fa anche recensioni di libri e dà consigli ad aspiranti blogger.

Bit-player di Brian Hayes

Brian Hayes è un giornalista di American Scientist ed è principalmente un informatico. Il blog merita una visita anche solo per il suo banner interattivo che mostra l’evoluzione temporale di un particolare fenomeno di diffusione. Questo è probabilmente il blog più seguibile e piacevole di quelli citati, e si vede che Hayes è un divulgatore professionista. Purtroppo pubblica un post ogni morte di papa. Tra i più interessanti sicuramente googling the lexicon, in cui sfrutta l’enorme potenziale di un motore di Google per cercare tra la letteratura dal 1800 in avanti (da provare!) per far vedere la storia della lingua, delle scienze e di molto altro attraverso la frequenza di certe parole nella carta stampata. C’è un post in cui spiega cos’è la congettura abc e un altro dove fa la meccanica statistica delle sferette del Geomag. Nel sito c’è un menu “Featured” con i migliori articoli quindi non vado oltre: merita una visita.

xkcd e what if? di Randall Munroe

Sento quasi di offendervi nel proporre questi, nel senso che spero li conosciate già! XKCD è il comic più famoso del web, almeno dal lato nerd andante. Munroe è un fisico, ma ormai si dedica interamente alle sue vignette e guadagna abbastanza da viverci. Sono diventate un’istituzione, e ogni blogger di fisica-matematica-informatica e simili ne trova una da citare almeno una volta nella vita. Devo ammettere che ultimamente non mi fanno più ridere come una volta però, almeno non come mi fece ridere questa:

I first saw this problem on the Google Labs Aptitude Test. A professor and I filled a blackboard without getting anywhere. Have fun.
Se vi state chiedendo quale sia la soluzione, sappiate che è molto più difficile di quello che sembra. E che rischiate di fargli vincere dei punti.
Recentemente si è dedicato a What If? un side project in cui risponde ogni martedì – in modo il più demenziale possibile e con vignette – a una domanda di pseudo-fisica. Buon divertimento.

I blog che ho segnalato finora sono in inglese. Preparerò presto un altro post con altri blog, questa volta in italiano. Ciao ciao!

La matematica è una scienza?

La matematica non è una scienza, dal nostro punto di vista, nel senso che non è una scienza naturale. La verifica della sua validità non è l’esperimento. Incidentalmente, dobbiamo chiarire fin dall’inizio che se qualcosa non è una scienza, non è necessariamente sbagliato. Per esempio, l’amore non è una scienza. Quindi, se si dice che qualcosa non è una scienza, non significa che ci sia qualcosa di male; significa solo che non è una scienza.

R. Feynman, Feynman Lectures on Physics, Vol. 1 Cap. 3 Par. 1

Cosa mi sta passando per la testa

L’esperimento del blog – ad un certo punto – mi è parso morto. Non tanto perché mi mancavano i contenuti da trattare, piuttosto perché non ero soddisfatto di come scrivevo, mi sembrava di assumere un tono troppo sofisticato e troppo poco  curioso. Di conseguenza mi è venuto il sospetto che, in fondo, a quei pochi che mi leggevano non fregasse granché di tutto questo. Per un po’ di mesi l’ho accidiosamente e irrispettosamente abbandonato. Ieri sera però mi è venuta un’illuminazione e ho deciso di procedere alla riesumazione (che è stata differita dal fatto che la connessione internet dell’unipv non gradiva il server di wordpress, per qualche ragione). L’idea sarebbe di continuare su una linea un po’ più personale, anche se restando sul piano scientifico, eventualmente intervallando con qualche post più serio.

A parte tutto ciò, in questo momento volevo farvi un piccolo aggiornamento su quello che mi è passato per la testa negli ultimi mesi.

Fino a prima di partire per il Portogallo la risposta standard a chi mi chiedeva cosa volessi fare dopo la laurea era che, se mi fosse piaciuto l’argomento della tesi, sarei andato avanti cercando un dottorato da qualche parte. Il problema era che davo un po’ troppo per scontata l’ipotesi, cioè che avrei avuto ancora la voglia di fare della ricerca. Ora, non voglio annoiarvi su tutte le pare che mi sono fatto in merito. Diciamo che però quest’anno ho perso un po’ l’entusiasmo. Da una parte quando riguardo certi argomenti che ho studiato negli ultimi anni mi emoziono ancora e ne sento la mancanza. Senza contare che ci sono ancora moltissimi campi di cui sono profondamente curioso e in cui molti fisici lavorano (vedi le neuroscienze, la linguistica, la computazione quantistica ecc.). Dall’altra a volte ho l’impressione di voler fare dell’accanimento terapeutico sulla mia vocazione da fisico.

Per farla breve, ho deciso che decidere adesso mi stressava troppo. Quindi mi fermo per qualche mese. Voglio andare a fare una piccola disintossicazione dalla vita monastica dello studente (nonché da internet e compagnia bella). Per scaramanzia, non vi anticipo niente. Ma forse la fisica potrebbe rientrare dalla finestra e farsi sfruttare anche durante quei mesi, e mi farebbe assai piacere. Mi piacerebbe anche sfruttare il portoghese o imparare l’arabo, ma mi sa che non mi andrà bene con nessuna delle due ipotesi… sarà per un’altra volta.

Dopo, avrò tutto il tempo per decidere se fare domanda per il dottorato, e anche occasione per guardare i bandi all’estero, che ci sono in diversi momenti dell’anno: quelli che mi stavano stressando, perché sono tutti in settembre (e io non sono ancora nemmeno laureato) erano quelli italiani. Forse nel frattempo potrei iscrivermi in terza fascia e fare qualche supplenza.

(Coro di disapprovazione del pubblico)

Vabbè, è una cosa che mi ha sempre attratto. Comunque si parla della prossima primavera. Intanto ho ancora un esame da preparare, una tesi da scrivere e della vita da vivere.

Salutescions.