Recensione: «Consciousness, confessions of a romantic reductionist»

Paul Gauguin’s haunting masterpiece, D’où venons nous? Que sommes nous? Où allons nous?, painted in Tahiti in the closing years of his life, perfectly encapsulates the three questions I am obsessed with: Where do we—humans, dogs, and other sentient beings—come from? Who are we? Where are we going? I’m a natural scientist. I have a deep-seated desire to find answers to these questions and to understand the physical universe, as well as consciousness.

Non c’è dubbio che le premesse di Christof Koch e del suo ultimo libro – tradotto in italiano da S. Ferraresi con il titolo Una coscienza: confessioni di uno scienziato romantico – sembrino ambiziose. Nonostante le apparenze, però, è subito evidente che l’autore non ha lo scopo di fornire una verità assoluta relativamente a quel problema che chiama addirittura hard problem per antonomasia, cioè come sia possibile che ognuno di noi esista, riceva delle sensazioni dal mondo esterno, provi emozioni e perfino abbia un’idea di sé, della sua mente, come di qualcosa di separato da tutto il resto dell’universo.

Koch sceglie di prenderla alla leggera. Inizia descrivendo la sua esperienza di studente, il lavoro e il rapporto umano – che lo ha segnato profondamente – con Francis Crick, che dopo la scoperta del DNA si è dedicato al problema della coscienza insieme a lui. Ma nonostante il punto di vista profondamente personale del libro, riesce anche a trasmettere, soprattutto nei capitoli centrali del libro, delle idee di grande interesse e soprattutto, fatto non scontato visto l’argomento, basate su fondamenti perfettamente scientifici. Si dilunga sul libero arbitrio, e fa sì che il lettore si renda conto di come abbia un ruolo molto più marginale nella nostra vita di quanto si creda: migliaia e migliaia di processi gestiti automaticamente dal nostro cervello, che chiama gli “zombie”, si occupano della grande maggioranza delle nostre azioni. Ho trovato poi particolarmente interessante una discussione sul perché la coscienza esiste, e se può essere spiegata in termini di evoluzione darwiniana. Naturalmente non si dimentica di dare una definizione di coscienza, e anche qui, i risultati non sono scontati.

Verso la fine forse si lascia andare a qualche speculazione di cui non sono evidenti, almeno dalle sue parole, le prove materiali; mi sembra però che questo gli si possa perdonare alla luce di un capitolo conclusivo che torna ad essere autobiografico anche per lo scopo di confessare le debolezze e incertezze del suo pensiero, e per discutere liberamente di quelli che chiama “temi conclusivi considerati fuori dai confini del discorso scientifico beneducato”, come la relazione tra scienza e religione. In questo confessa, alla fine, che il vero scopo del libro non era solo la divulgazione, ma descrivere il suo viaggio personale alla ricerca delle radici materiali della coscienza, i suoi fallimenti personali, e la sua visione dell’universo, messi su carta perché «I care about questions of free will. I know through encounters with students and colleagues that more than a few lie awake at night, wondering about these things.»

Penso che il messaggio del libro si possa riassumere in una frase, che secondo me non solo qualunque scienziato con una passione per il suo lavoro, ma da sempre più persone che condividono una visione laica del mondo:  «I wake up each morning to find myself in a world full of mystery and beauty. And I am profoundly thankful for the wonder of it all.»

(Forse non mi sono soffermato abbastanza sul fatto che sì, il libro ha anche dei contenuti seri, e a leggerlo si imparano un sacco di cose sia sulla mente che sul cervello. A questo punto non vi resta che controllare personalmente. Tra l’altro, l’incipit della traduzione italiana è stato pubblicato sul sito di Internazionale.)

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